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Osservazioni circa le dimissioni del Professor Ferdinando Palasciano da Direttore della Clinica Chirurgica dell’Università di Napoli        



Antonio Citarella                               Claudio Sapio



Nel 1863 le Autorità che tutelavano la salute pubblica nella città di Napoli, decisero di costruire un nuovo ospedale. L’ingegnere Federico Travaglini, Direttore dei fabbricati pubblici e demaniali, fu incaricato di studiarne il progetto. A Napoli in quell’epoca, a parte le Cliniche Universitarie, vi erano due soli ospedali privati per malattie acute, quello della Pace per gli uomini con 70 posti letto (compresi i 16 posti della Pacella, il piccolo ospedale annesso a quello della Pace, che ogni anno curava circa 170 malati acuti) e quello di S. Eligio per le donne con 100 posti letto. Oggi del primo, non più funzionante, resta l’edificio in Via dei Tribunali, del secondo resta, invece, il grande complesso architettonico, di recente sottoposto ad un difficile recupero strutturale in Via S. Eligio, nei pressi di Piazza Mercato al limite con il Borgo degli Orefici. Capitava di rado che tutti i posti di cui erano dotati i due ospedali fossero occupati. Ciò perché vi erano le Cliniche Universitarie che accoglievano molti malati e perché molte malattie acute potevano essere curate a domicilio grazie all’opera delle confraternite, associazioni religiose o laiche, all’epoca molto attive. Per le malattie croniche vi era, invece, l’ospedale di S. Maria del Popolo, detto anche degli Incurabili, predisposto ad accogliere 980 infermi, anche se in effetti ne accoglieva fino a 1240. I pazienti erano così numerosi perché negli ospedali per cronici le degenze, ieri come oggi, sono per lo più lunghe e vi è un ricambio di malati molto ridotto.

L’ammalato affetto da una patologia cronica poteva rimanere ricoverato agl’Incurabili, se necessario, per mesi e anche per anni. Il bacino di utenza di questo ospedale era, inoltre, molto esteso perché accoglieva malati provenienti da ogni parte dell’Italia Meridionale. Il progetto del nuovo ospedale che si voleva costruire prevedeva che in questo complesso fossero accolte anche le Cliniche Universitarie e che fossero curati, oltre i pazienti acuti, anche quelli cronici. Tutto ciò avrebbe rappresentato un grande vantaggio per gli studenti di Medicina, per la cui formazione era importante non solo lo studio delle malattie acute, ma anche di quelle croniche. Il Prof. Ferdinando Palasciano, Direttore della Clinica Chirurgica dell’Università, era tra i pochi, forse l’unico, a non volere l’apertura di un nuovo ospedale per malattie acute. Era convinto che per i bisogni della popolazione fossero sufficienti i posti disponibili negli ospedali già esistenti. A Napoli, inoltre, in quell’epoca si praticava l’assistenza degli infermi a domicilio ad opera del Monte di Misericordia e ad opera delle cosiddette congregazioni, che erano tante società di assicurazione per tutti i casi di malattie. Di queste la più importante era la “Pia opera per il soccorso degli infermi acuti a domicilio”. Questa organizzazione assisteva 486 malati nel proprio domicilio senza sottrarli agli affetti della famiglia e senza esporli agli inconvenienti di ordine igienico ed ambientale degli ospedali. Erano malati poveri che non potevano andare in un pubblico ospedale o erano ammalati che avevano un’avversione immotivata per gli ospedali, tale da decidere di non essere curati piuttosto che lasciare la propria abitazione.

A questo proposito Palasciano scrive nelle sue Memorie: “La Pia Opera fa assistere gli infermi dal proprio medico e, non solo somministra loro qualunque farmaco necessario, ma anche il brodo, il latte e le biancherie od arnesi di letto, per quel tempo che bisognano indispensabilmente alla cura. Inoltre dà agli infermi, dopo la guarigione, il conveniente vitto per quel numero di giorni che dovrà necessariamente soccorrere affinché possano ripigliare le loro abitudini. Infine somministra ad essi i mezzi opportuni per essere trasportati agli ospedali, quando occorre mandarveli: e quantunque ella non prenda a curare che i soli infermi di malattie acute, nondimeno anche ai cronici porge gli accennati mezzi di trasporto. A conseguire tale scopo non può ella giungere senza considerevoli spese. E però non avendo via di provvedervi, che quello delle limosine raccolte privatamente dalla carità dè fedeli, ella prega le persone pie di concorrere quanto più possono ad un’Opera tanto cristiana. Il che essi faranno senza dubbio con maggiore zelo e sollecitudine, se si persuaderanno che il fine principale della Pia Opera è di aiutare in tutti i modi possibili le anime non solo degli infermi ma ancora di tutte le famiglie cui essi appartengono, indirizzando a ciò i temporali soccorsi che vien loro apprestando e giovandosi del Ministero di Sacerdoti, membri dell’Opera stessa, i quali li provvedono, secondo i casi particolari, col consiglio, cogli ammonimenti, colle istruzioni e con ogni maniera di spirituali soccorsi.” Come si vede il concetto dell’assistenza domiciliare agli infermi non è un’acquisizione moderna ma antica. Oggi anche se le A.S.L. se ne fanno carico non riescono ad organizzarla in maniera efficiente, perché le spese sono elevate ed il personale insufficiente. E’ la dimostrazione che certe prestazioni sanitarie si possono ottenere solo con il concorso e con il sostegno economico dei volontari. Nello stesso anno in cui a Napoli si pensava di costruire il nuovo ospedale, a Parigi, ove governava Luigi Napoleone Bonaparte sovrano dispotico ma illuminato, si decise di riedificare il vecchio Hotel Dieu, cioè l’Ospedale costruito nel 642 e distrutto nel 1772 da un violento incendio che portò a morte numerosi infermi. E’ significativo il fatto che a Napoli e a Parigi si pensino le stesse cose in quello stesso anno 1863. Sono gli stessi progetti per migliorare l’assistenza sanitaria in due grandi capitali europee. Napoli, infatti, anche dopo l’unità d’Italia continuava ad occupare il ruolo di capitale europea riconosciutogli fin dal 1700 nonostante lo sconvolgimento seguito ai moti rivoluzionari del 1799. A Napoli i medici avevano da tempo una mentalità europea e ciò favoriva gli scambi culturali tra le varie Università.

Palasciano era uno di questi medici con una vocazione europeista che gli consentiva di confrontare i metodi di cura e di assistenza che si impiegavano a Napoli con quelli di altre città europee. Dopo l’unificazione dell’Italia, la tutela della Salute dei Napoletani fu affidata ad un Consiglio superiore di Pubblica Istruzione, ad una Facoltà Medico Chirurgica, ad un Consiglio superiore di Sanità creato dal nuovo governo unitario e stipendiato dallo Stato, ad un’Accademia Medico Chirurgica fondata dal vecchio governo e mantenuta dallo Stato e ad un Consiglio Sanitario Provinciale non retribuito. Il progetto del nuovo ospedale prevedeva che questo fosse allogato in un edificio da individuare tra quelli dismessi e da riadattare secondo le esigenze che l’assistenza ai malati richiedeva. Era infatti impensabile, per ragioni economiche, che si costruisse un complesso edilizio “ex novo”. Il Re Vittorio Emanuele II diede perciò incarico al prof. Tommasi, Direttore della Clinica Medica di Pavia, di trovare insieme al Marchese D’Afflitto, prefetto della Provincia di Napoli, tra i vari istituti religiosi soppressi dei locali idonei a diventare sede del nuovo ospedale. Il monastero di Gesù e Maria parve il più adatto a questo scopo perché si trovava in una posizione elevata ove l’aria era salubre. Si diceva poi, ma questo si dimostrò non vero, che i suoi serbatoi fossero capaci di raccogliere gran quantità di acqua e i suoi ambienti potessero ospitare fino a 500 malati. Per riadattarlo alle nuove esigenze fu preventivata una cifra di lire 540.000. Le  principali vie di accesso al complesso non erano però agevoli. Ci si arrivava solo per via dell’Infrascata e per via Pontecorvo, che non era però vie normali. Erano, infatti, delle salite ripide ed il Comune di Napoli si impegnò a modificarne la pendenza e a creare un’altra via di accesso costruendo un ponte che rendesse percorribile il nuovo Corso Vittorio Emanuele. Il Re, venuto in visita a Napoli il 18 Novembre 1863, gradì la sede che era stata individuata. Il prefetto di Napoli, per accelerare l’iter burocratico, che avrebbe portato alla realizzazione del progetto, lo raccomandò al Ministro dell’Interno che doveva stanziare i fondi e, perché l’opera procedesse in maniera più spedita, nominò un commissario governativo nella persona del Consigliere di prefettura il cav. Giuseppe Ferraro e, per la parte tecnica, un ingegnere del Genio Civile. Non tutti erano convinti però che la scelta del Gesù e Maria fosse quella giusta. Vi era, infatti, chi preferiva l’utilizzo del convento di Santa Patrizia o del Convento di S. Domenico Maggiore. Quest’ultimo sembrava, in verità, più idoneo rispetto agli altri perché aveva ambienti ampi e già pronti per accogliere le sale di degenza e ciò avrebbe consentito di risparmiare notevolmente sui costi. I Domenicani che occupavano il complesso non avevano però in Napoli un’altra sede ove trasferirsi, avrebbero quindi continuato ad occupare un’ala del complesso, ma la Chiesa, purtroppo, si trovava nell’ala dove avrebbero trovato sistemazione i malati e questo complicava le cose. L’edificio di Santa Patrizia, quanto a centralità, era il più idoneo.

Era, infatti, quello più vicino all’Ospedale Incurabili ma strutturato in maniera poco idonea ad accogliere un ospedale. Era costituito da quattro piani, ma gli ambienti erano piccoli e formati da tante piccole celle e per adattarlo alle nuove esigenze sarebbero stati necessari lavori lunghi e dispendiosi. Nonostante ciò il Ministro dell’Interno, a differenza del Re, aveva mostrato simpatia per la sede di Santa Patrizia ritenendo che la sede di Gesù e Maria fosse molto distante dall’Università degli Studi. Mentre la Prefettura si attivava per trovare un luogo idoneo ove trasferire le monache di Santa Patrizia, il Consiglio Municipale di Napoli raccomandò al Regio Governo di preservare questo Convento, molto caro alla cittadinanza per l’antico legame della Santa con il popolo napoletano di cui era una delle quattro protettrici e perché nella sua Chiesa era conservato uno dei chiodi della Croce di Gesù Cristo. Raccomandò invece di optare per il convento di S. Domenico che inizialmente era stato dichiarato non idoneo. Si decise allora definitivamente per la sede del Gesù e Maria. Le poche monache che occupavano ancora i locali furono spostate nel vicino monastero dell’Egiziaca ma, nella seduta del Consiglio Comunale di Napoli del 18 Dicembre 1863, fu rimesso tutto in discussione perché fu presentato un documento dal Consiglio della Facoltà di Medicina firmato dai professori: De Renzi Felice, Capobianco Raffaele, Prudente Francesco, Villanova Antonio, Castorano Raffaele, Amabile Luigi, Barbarisi Gennaro, Albini Giuseppe, De Renzi Salvatore, che giudicarono inadeguato il monastero di Gesù e Maria preferendo il Monastero di S. Domenico e, solo subordinatamente, quello di Santa Patrizia. Anche il Sindaco Giuseppe Colonna inviò una lettera al Re per sottolineare che il Monastero di Gesù e Maria era inadeguato ad accogliere la nuova struttura ospedaliera universitaria, sia perché ubicato in un luogo decentrato rispetto alla sede centrale dell’Università, sia perché scarseggiava d’acqua ed era insufficiente ad accogliere i cinquecento posti preventivati, negando così tutti quei vantaggi che avevano inizialmente fatto prediligere quella sede. A nome della municipalità napoletana indicava, inoltre, i complessi di S. Domenico e di Santa Patrizia come luoghi più idonei, soprattutto il primo, perché centrali e vicini e alla struttura universitaria ed al complesso degli Incurabili. Per riadattare queste strutture la spesa sarebbe stata comunque inferiore a quella impiegata per il Gesù e Maria stimata inizialmente in 540.000 e poi in 710.000. Tutte le osservazioni fatte contro la sede del Gesù e Maria furono inutili. Il prefetto D’Afflitto ordinò ai monaci di S. Domenico di sgomberare i locali da essi occupati in sette giorni, ma il Ministero non volle. I monaci evidentemente avevano delle protezioni in alto loco. Si diceva, infatti, che i Domenicani fossero dei benemeriti per aver tenuto insegnamento privato per lungo tempo e per aver concesso stanze al Municipio per le scuole pubbliche ma, soprattutto, perché in questo edificio aveva soggiornato ed insegnato S. Tommaso D’Aquino. Finalmente il giorno 8 Gennaio 1864 nel complesso monastico del Gesù e Maria cominciarono quei lavori che erano stati da tempo preventivati.

Le critiche contro la sede prescelta continuarono. Nella seduta del Consiglio Provinciale di Napoli il Consigliere architetto Francesco Danise dichiarò che la sede del Gesù e Maria non era idonea ad accogliere un Ospedale, considerato che si trovava in un luogo umido e difficilmente accessibile ai malati a meno che questi non fossero trasportati da una carrozza. L’acqua scarseggiava perché il luogo, contrariamente a quanto si era detto all’inizio, era sprovvisto di condotte. L’unica risorsa idrica era l’acqua piovana ed una debole vena d’acqua terrosa d’infiltrazione non sufficiente a garantire i servizi igienici ed il funzionamento delle cucine. Disse che l’ospedale per il quale si era speso tanto danaro e che doveva contenere 320 posti letti riservati alle malattie acute e contagiose, non ne avrebbe potuto contenere più di 130. Gli ambienti ove curare le malattie contagiose non potevano poi essere separati dalle altre sale di degenza, come previsto dall’articolo 90 della legge sanitaria, perché le sale n° 5, 6, e 7 del piano superiore di cui soltanto si componeva l’ospedale non consentivano né separazione né isolamento. Le malattie acute avrebbero tratto grave danno dagli studi anatomici che si praticavano nel medesimo recinto contravvenendo all’articolo 92 della legge sanitaria. Come si vede le idee erano confuse e non era possibile giungere ad una decisione serena. Si decide e poi si rimette in discussione tutto quanto è stato già deciso. Per motivi diversi sembra che nessuno voglia il nuovo ospedale nel vecchio convento del Gesù e Maria ma, a ben osservare, si capisce invece che tutto è stato già deciso da molto tempo da un qualche potente dell’epoca di cui non sappiamo il nome. Ferdinando Palasciano era un Medico e, certamente, non aveva altri interessi al di là della tutela dei malati. La sua educazione di Uomo e di professionista non gli consentiva di accettare scelte fatte per interessi diversi da quelli che dovevano   tutelare gli ammalati. Non riteneva che i locali del Gesù e Maria dove era stata sistemata la Clinica Chirurgica fossero idonei e, dopo aver invano e a lungo protestato presso le Autorità competenti, si dimise da Direttore. Nella riunione del Consiglio della facoltà di Medicina del 18 Giugno 1865 dichiarò che la Clinica chirurgica non poteva essere allogata in locali adiacenti a quelli dove erano sistemati altri Istituti di degenza in un Ospedale dove venivano ricoverati pazienti con malattie acute come il tifo, il vaiuolo, il morbillo e la scarlattina. Almeno in apparenza gli altri docenti della Facoltà di Medicina furono d’accordo con Lui. Per convincere le Autorità Sanitarie che le sue affermazioni erano giuste continuò a protestare. Protestò anche contro il concorso bandito per assumere medici presso l’Ospedale Gesù e Maria. In data 22 Dicembre 1865 comunicò, infatti, al Prefetto della Provincia la sua rinuncia a farne parte come commissario. La protesta era motivata dal numero dei medici da assumere che secondo Palasciano era elevato rispetto ai pazienti che l’Ospedale avrebbe potuto contenere. Non era poi d’accordo sulla distinzione dei medici in primari e secondari. Sosteneva, infatti, che se i medici primari e secondari hanno gli stessi doveri e le stesse incombenze, “non è ragionevole che abbiano emolumenti, grado, nome e provenienza diversa…..Un medico con esercizio di molti anni e che ha la riputazione di buon clinico in Napoli, non può umanamente disporre di due ore e mezzo ogni mattina per andarsi ad arrampicare su Gesù e Maria.

Napoli è l’unico paese del mondo in cui sia stato possibile concepire che un medico serva più Ospedali, ed è questa una delle tante ragioni del deplorevole stato di tali stabilimenti presso di noi. E quando in un programma di concorso si pone per titolo meritorio, ciò che è condizione assoluta di esclusione in tutto il mondo incivilito, si cade almeno nell'ingiustizia di ignorare gli sforzi fatti in questi ultimi tempi per distruggere un tale abuso in Napoli, e soprattutto i sacrifizi fatti in proposito dal sottoscritto. Pretendere la medesima prova scritta pel medico secondario e per l’Assistente, oltre che un’ingiustizia senza ragione, esporrebbe alla possibilità di avere la medesima tesi in due concorsi e di avere un assistente che sia stato pubblicamente giudicato più dotto del medico che gli deve servire da guida.” Queste idee le poteva avere solo un uomo di grande levatura morale come Palasciano. L’incompatibilità professionale dei medici, il divieto cioè di esercitare contemporaneamente in ospedale e fuori dall’ospedale, strenuamente difesa da Rosy Bindi Ministro della Sanità della passata Legislatura e tanto avversata da alcuni medici che hanno convinto l’attuale Ministro della Salute a modificarla, era già allora un problema di non facile soluzione.

Palasciano, uomo profondamente onesto, si chiedeva come facesse un medico che aveva a Napoli buona reputazione professionale a servire più Ospedali e dove trovasse il tempo per farlo, se doveva perdere almeno due ore e mezzo ogni mattina, tra andata e ritorno, per arrivare all’Ospedale Gesù e Maria che si trovava in una sede difficile da raggiungere. Quando la voce è flebile essa non viene udita. Non resta allora che compiere un gesto clamoroso ed Egli pensò che le dimissioni da Direttore della Clinica Chirurgica avrebbero dato più risonanza alla protesta che già in data 11 Luglio 1865 aveva presentato al Rettore dell’Università degli Studi di Napoli. Il Governo centrale aveva allora sede a Firenze. Il Presidente del Consiglio dei Ministri era il Generale Lamarmora ed il titolare del Ministero della Pubblica Istruzione l’on. Natoli. Questi, in data 5 Dicembre 1865, per risolvere gli inconvenienti segnalati dal Prof. Palasciano, dispose che provvisoriamente le lezioni di Clinica Chirurgica si svolgessero nell’Anfiteatro Chirurgico dell’Ospedale degli Incurabili, trasferendo il Professore Barbarisi, Direttore dell’Istituto di Anatomia, che ne aveva fino ad allora usufruito, nell’Anfiteatro medico dello stesso ospedale. Ciò fino a quando una commissione ministeriale non avesse valutato gli inconvenienti segnalati da Palasciano e vi avesse posto rimedio definitivo. Il Rettore, Prof. Scacchi, al quale Palasciano aveva inviato un’altra protesta il 5 Gennaio 1866, gli impose in data 6 Gennaio, di continuare a fare lezione nell'ospedale di Gesù e Maria “al pari degli altri professori di Clinica della nostra facoltà Medico Chirurgica” nonostante che il Ministro Natoli avesse disposto diversamente. Intanto vi era chi non condivideva l’atteggiamento assunto da Palasciano, ma non era così leale da esprimerlo apertamente, ed alimentava subdolamente una campagna denigratoria nei suoi confronti. Tra questi vi erano anche alcuni suoi colleghi. Sul “Pungolo”, un piccolo giornale che in quegli anni si pubblicava a Napoli, nel numero del 9 Gennaio 1866, un anonimo giornalista scriveva: “Forti e giustissime doglianze ci vengono rivolte da una parte dei giovani studenti di Medicina e Chirurgia sulla inqualificabile condotta del dottor Palasciano il quale, mentre tutti gli altri direttori di cliniche hanno già da vari giorni incominciate le rispettive lezioni all’Ospedale di Gesù e Maria, costituisce da sé solo un’eccezione per non voler o non saper decidersi a principiare le sue di clinica cerusica. Che significa ciò? Noi non sappiamo davvero comprenderlo, e molto meno ci rendiamo ragione del perché la Delegazione governativa sugli Studi non abbia a quest’ora, provocata dal Ministro, una energica disposizione da richiamare il Dottor Palasciano ai doveri che gl’incombono. L’anno scolastico è più breve dell’ordinario, la gioventù strepita e a buon diritto, il paese paga un professore perché dia il suo corso di clinica cerusica e questo professore, sotto un pretesto o un altro, non si risolve a cominciare le sue lezioni. Ma che anarchia è codesta? Si pensi cui spetta a farla togliere e presto. Se al dott. Palasciano accomoda di prendersi lo stipendio, che insegni e se non vuole insegnare, che si ritiri. Il dilemma è chiaro: o dentro o fuori”. Questo articolo dimostra come l’Autorità universitaria di Napoli si servisse di giornali, certamente non indipendenti, per guadagnare consensi per cui coloro che, nell’ambito del Senato accademico, ostacolavano Palasciano in maniera occulta riuscirono a montare nei suoi confronti una campagna di stampa ostile.

Il 13 Gennaio 1866 il Ministro della Pubblica Istruzione inviò a Palasciano, tramite il Rettore Scacchi, un nuovo invito per cominciare le lezioni ed il Pungolo nuovamente, in data 14 Gennaio, scrive “Ci si vuole far credere essere giunti dal Ministero della Pubblica Istruzione ordini positivi perché la Clinica Cerusica del Gesù e Maria venga al più presto aperta allo insegnamento. Noi non vogliamo mettere in dubbio la esattezza di questa notizia, ma perché il dottor Palasciano si decida a fare il suo compito, non crediamo troppo che quegli ordini possano bastare…..”. Lo stesso giorno 14 Gennaio il Prof. Palasciano così scriveva al Sig. Rettore dell’Università: “In sollecito riscontro all’Ufficio di ieri con cui la S. V. si è compiaciuta comunicarmi l’invito dell’Ill.mo Sig. Ministro della Istruzione Pubblica di assumere tosto l’insegnamento della mia Clinica in Gesù e Maria, mi onoro pregarla di voler ringraziare in mio nome il Ministro del generoso invito, e fargli presente che non essendo cambiata alcuna delle cagioni che determinarono la mia condotta, io mi vengo con rincrescimento obbligato a rimanermi ai termini della mia protesta del 4 Gennaio N° 33, ed attenderne le conseguenze secondo la Legge.” Il 27 Gennaio 1866 il Rettore Scacchi rispondeva: “Mi pregio avvisare la S.V. che il Sig. Ministro della Pubblica Istruzione mi ha incaricato di notificarle essere Ella stata sospesa dal suo Ufficio di Professore e Direttore della Clinica Chirurgica.” In data 22 Gennaio 1866, con una lettera al Ministro della Pubblica Istruzione, Palasciano contestò la sua sospensione da Professore e da Direttore della Clinica Chirurgica in base agli articoli 39, 40, 41, 42, 43 e 44 della legge sull’Istruzione Superiore secondo la quale la qualità di professore ordinario conferita dall’Università era a vita e coloro che ne erano rivestiti non potevano essere né rimossi né sospesi. Le cause che potevano dar luogo ad una sospensione o alla rimozione di un membro del corpo universitario erano l’essere incorso nella perdita della pubblica considerazione per atti contrari all’onore o l’aver messo in discussione con l’insegnamento la verità su cui si fonda l’ordine religioso e morale. Altri errori di procedura venivano citati da Palasciano per affermare che il consiglio della Pubblica Istruzione potrebbe giudicare sui fatti solo se composto da almeno due terzi dei suoi membri tra ordinari e straordinari e con l’intervento di due delegati della Facoltà al quale appartiene l’incolpato. Palasciano non vuole essere però intransigente ad ogni costo. Egli vuole riprendere la sua attività didattica e, con una nota inviata al Ministro Natoli il 3 Febbraio 1866, dichiara di non voler disobbedire all’Autorità e di essere pronto a riprendere le sue funzioni di Direttore della Clinica Chirurgica nel posto ove gli verrà indicato ma è fermo nel pretendere il rispetto delle norme igieniche a salvaguardia dei pazienti che Egli deve trattare chirurgicamente. Sollecita perciò l’invio di una commissione d’inchiesta per la quale il Ministro si era già impegnato, formata da due cattedratici individuati nella persona di due Professori dell’Università di Firenze: il Clinico Medico Prof., Pietro Cipriani e l’Anatomo Patologo Prof. Giorgio Pellizzari. Il giorno 19 Febbraio 1866 perveniva al Ministro un telegramma di Palasciano: “ Mi onoro parteciparle che questa mattina ho assunto pubblicamente il mio Ufficio nello Spedale di Gesù e Maria con una prelezione sui fondamenti dell’arte chirurgica”. Palasciano con questa dichiarazione riteneva di essersi comportato lealmente nei confronti degli studenti, del Rettore e del Ministro riprendendo le lezioni ma non poteva riprendere l’attività operatoria senza che la commissione di inchiesta promessagli dal Ministro avesse verificato l’idoneità del Gesù e Maria ad accogliere pazienti chirurgici. La vicenda si conclude con un telegramma del Rettore Scacchi: “Ministro desidera sapere se Vossignoria, come promise, intenda assumere immediatamente Corso Clinica Chirurgica. Se Vossignoria continua nel rifiuto, il Ministro è costretto ad accettare le dimissioni e provvedere all’insegnamento. Risponda per telegramma”. Seguì lo stesso giorno questa risposta: “Mie promesse state lealmente mantenute; non così quelle del Ministro. Perciò domandai dimissioni che non ritiro”.

Questi sono i fatti così come li abbiamo appresi consultando le “Memorie” di Palasciano pubblicate nel 1896, cioè cinque anni dopo la sua morte avvenuta nel 1891, ad opera della vedova contessa Olga de Wavilow. Riteniamo giusto però aggiungere che la protesta di Palasciano, anche se vibrante, non portò immediatamente alla chiusura del Gesù e Maria né servì a migliorare la qualità delle prestazioni sanitarie e dell’assistenza agli ammalati colà ricoverati. Il suo fu un gesto di civiltà e di correttezza professionale ma nell’Ospedale Gesù e Maria le donne che partorivano continuarono a morire in numero elevato per sepsi puerperale ed Egli lo aveva previsto già nel 1866. Questa grave complicazione di un evento fisiologico quale il parto era dovuta a scarsa igiene per la vicinanza degli ambienti ove si eseguivano gli interventi chirurgici con le sale anatomiche ove si sezionavano i cadaveri. Già anni prima Ignaz Semmelweis, medico ostetrico presso l’Ospedale Generale di Vienna, aveva accertato che i germi responsabili dell’infezione puerperale si diffondevano nelle sale adibite al parto ad opera degli studenti di medicina che erano stati in precedenza nella sala Anatomica. I pazienti della Clinica Oculistica diretta dal Prof. Raffaele Castorani, anch’essa ospitata presso il Gesù e Maria, erano colpiti sempre di più da complicazioni postoperatorie a causa dell’umidità degli ambienti dove erano ricoverati, come accadde all’avvocato Pecoraro operato per una cataratta dell’occhio destro il 21 Dicembre 1866 “avendosi felice risultato, come scrisse lo stesso Prof. Castorani, ma per ragione dell’umidità esistente nella camera dell’infermo, si sviluppò un flemmone oculare, preceduto da febbre reumatica, il che ha dato luogo alla perdita dell’occhio. E’ opportuno citare poi quanto scrisse, anni dopo le dimissioni di Palasciano, il Prof. Prudente Direttore della Clinica Medica dell’Università ospitata negli insalubri locali del Gesù e Maria: “Che non sia inutile notare, riguardo alle condizioni dello Spedale di cui il pubblico sì giustamente si preoccupa, che i morbi nervosi convulsionari vi hanno presentato un’esaltazione non lodevole; che i morbi cronici tisici vi hanno preso un corso acuto e quasi galoppante: che i morbi acuti vi sono presentati in piccola proporzione, e che per averne alcuno è stato mestieri mandarlo a prendere alla ricezione dell’Ospedale della Pace”. Il Prof. Prudente denunciava, quindi, che i pazienti ricoverati al Gesù e Maria fatalmente andavano incontro ad un peggioramento delle loro condizioni nel corso della degenza a causa soprattutto dell’umidità e che i ricoveri dei pazienti acuti erano diventati meno numerosi rispetto all’ospedale della Pace ove continuavano a ricoverarsi regolarmente. Autorevole era il denunciante cosi come lo era stato anni prima Ferdinando Palasciano. L’ospedale però continuava a funzionare e nessuno provvide alla sua chiusura. Questo era un segno di ottusità e di malafede. La protesta del Palasciano, portata avanti per lungo tempo, non aveva sortito effetto perché le sue dimissioni rappresentavano forse l’occasione per favorire un altro professore che avrebbe preso il suo posto. Questi era stato già da tempo individuato nella persona del Prof. Tito Livio De Santis. Sappiamo che comunque Palasciano, lasciato l’insegnamento, non rimase inattivo e che continuò le sue battaglie dalle colonne di un giornale da Lui fondato “Archivio di Chirurgia” denunciando per quattordici anni i disservizi del Gesù e Maria.

Anche questa azione continua e precisa contribuì infine, anni dopo, al trasferimento delle Cliniche Universitarie dal Gesù e Maria al complesso di S. Andrea delle Dame ove alcune di esse si trovano tuttora. Lo decise una commissione formata dai Professori Scacchi, Albini, Tommasi, Morisani e De Crecchio il 20 Febbraio 1879. Così fu resa giustizia a Palasciano che aveva chiesto ben tredici anni prima che la sua Clinica Chirurgica non rimanesse ubicata in un Ospedale ove si curavano malattie acute e contagiose senza essere ascoltato. Ecco come commentò la decisione di trasferire le Cliniche dal Gesù e Maria in altro luogo: “Per quattordici anni non esistette che soltanto la nostra voce, come eco della coscienza pubblica oltraggiata….Il compito che noi dovemmo assumere ci è costato immensi sacrifizi, il maggior dei quali fu l’esserci dovuti allontanare dallo insegnamento che era stata la più nobile aspirazione della nostra vita e ci aveva fatto provare le più dolci soddisfazioni del cuore. Ma dal quel momento la quistione igienica degli ospedali fu posta all’ordine del giorno di tutte le accademie e di tutti i congressi del mondo civile…Noi siamo sicuri che il trionfo finale non potrà mancare e desideriamo soltanto che non si dimentichi la nostra cooperazione essere stata onninamente disinteressata: perché dal momento in cui fummo costretti a rinunziare al professorato non accettammo e non accetteremo impegni che non fossero gratuiti”.

 

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