Home Ulime Notizie

Ultime News

Ultime Notizie Associazione Ferdinando Palasciano Capua (Caserta)
PREMIO NAZIONALE FERDINANDO PALASCIANO - 2016 PDF Stampa E-mail
Scritto da s,russo   
Sabato 19 Novembre 2016 09:56

Si riporta di seguito il programma del conferimento del Premio Ferdinando Palasciano per il 2016 la cui cerimonia si terrà presso l'Aula Magna del Dipartimento di Economia della Università della Campania " Luigi VANVITELLI " in via Corso Gran Priorato di Malta, 1 CAPUA.

Ultimo aggiornamento Sabato 19 Novembre 2016 12:12
 
Premio Nazionale " F. Palasciano " - anno 2016 PDF Stampa E-mail
Scritto da s. russo   
Martedì 18 Ottobre 2016 15:44

Il Comitato Scientifico dell’Associazione ha assegnato il "PREMIO NAZIONALE FERDINANDO PALASCIANO" per l’anno 2016 al Professor Massimo BRAY, attualmente Direttore Generale dell’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani e già Ministro per i Beni, le Attività Culturali e il Turismo.

La cerimonia di conferimento avrà luogo il prossimo 26 novembre e nell’occasione sarà assegnato un Premio Speciale al Professor Gianni Marone, Ordinario di Medicina Interna presso la facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Federico II di Napoli e Direttore del Centro Interdipartimentale di Ricerca in Scienze Immunologiche di base e cliniche.

Il Programma della cerimonia sarà reso noto al più presto possibile.

 
Conferenze del PALASCIANO presso la Società Econ. della Terra di Lavoro ed intervento al Parlamento PDF Stampa E-mail
Scritto da s. russo   
Martedì 05 Luglio 2016 10:53

Nel corso della ricerca continua di notizie sull’operato di Ferdinando Palasciano , il Dott. CITARELLA e i Soci collaboratori MATTONI e VALLETTA hanno reperito due conferenze tenute dal Palasciano presso la  Società Economica della Terra di Lavoro.ed un intervento al Parlamento Italiano  Di seguito i documenti delle conferenze tenute in data 30 maggio 1843 e 30 maggio 1844 e dell’intervento del 18 luglio 1867 :

Conferenza del 30 maggio 1843 su "Della Lacca Muffa  e dei suoi usi" :

 

Conferenza del 30 maggio 1844 su " Della Mazza Soda e dei suoi usi":

XX

 

Intervento al Parlamento del 18 luglio 1867 per scongiurare la chiusura degli Ospedali Fatebenefratelli di Firenze e Napoli:

 

Premessa

Il Regno di Sardegna (1720-1861) promulgò, il 29 Maggio 1855, la  legge n°878 che abrogava il riconoscimento civile a molti ordini religiosi e ne incamerava i beni. In precedenza il Granducato di Toscana, nel 1786, e la Francia, nel 1808, avevano promulgato leggi aventi la stessa finalità nei confronti degli ordini religiosi; in particolare la Francia Napoleonica aveva esteso l’efficacia della legge a tutti i territori da essa controllati compresa l’Italia. Il 21 Agosto del 1862 il Governo dell’Italia da poco unificata promulgò la legge n° 794 che disponeva di togliere alla Cassa Ecclesiastica il possesso materiale dei beni incamerati e di trasferirlo al Demanio dello Stato. Nel 1866 l’Italia affrontò la III Guerra d’Indipendenza contro l’Austria che fu particolarmente dispendiosa. Ne derivò  una grave crisi finanziaria e lo Stato per ripianare il debito fu costretto ad incamerare i beni ecclesiastici. Con il regio decreto n°3036 del 7 Luglio 1866 e con la legge n°3848 del 15 Agosto 1867 furono  soppressi gli Ordini e le Corporazioni Religiose ed iniziò quel procedimento legislativo noto come Eversione dell’Asse Ecclesiastico cioè soppressione del patrimonio degli enti ecclesiastici. I beni degli enti religiosi furono sequestrati ed il potere economico della Chiesa Cattolica fu abbattuto. Il Governo sperava però di convincere la Chiesa a convertire i beni immobili in beni liquidi cioè in titoli di Stato e, per invogliare i religiosi a compiere questa operazione, pensò di edulcorare la legge già  promulgata che fu perciò chiamata “liquidazione dell'asse ecclesiastico". Il tentativo non riuscì perchè le confische accentuarono il dissidio politico con la Santa Sede che era già iniziato con la “questione romana”(1) e sarebbe stato ricomposto solo nel 1929 con la firma dei Patti Lateranensi. Per compensare in qualche modo la  liquidazione dei beni immobili che la Chiesa Cattolica aveva subito a partire dal 1810 (con le leggi napoleoniche) e fino a tutto il 1871, il Regno  d'Italia si impegnò a "stipendiare" con la "congrua" i presbiteri  titolari di un beneficio ecclesiastico. Dopo la conquista  di Roma il primo ministro Giovanni Lanza (2) estese l'esproprio dei beni ecclesiastici anche ai territori appartenenti all'ex Stato  Pontificio e quindi anche a Roma nuova capitale del regno unitario.

Problematiche relative agli Ospedali Fatebenefratelli di Firenze e di Napoli

I fabbricati dei conventi incamerati dallo Stato furono venduti o concessi ai Comuni e alle Province. Per effetto di queste leggi il Governo diede disposizioni di procedere anche  alla chiusura degli Ospedali religiosi. Il provvedimento interessò, tra gli altri, gli Ospedali retti dall’Ordine dei Fatebenefratelli di Firenze (3) e di Napoli (4) Nell’Ottobre del 1866 si riunì  a Firenze il Congresso dell’Associazione Medica Italiana. Era il terzo Convegno, dopo quello di Milano e di Napoli, da quando l’Associazione era stata costituita  dopo l’Unità d’Italia. L’Avv. Ottavio Andreucci, letterato e scienziato fiorentino membro dell’Accademia delle Scienze, riportò sul quotidiano la  “Nazione” di Firenze del 29 Ottobre 1866 le sue considerazioni sul Congresso e riferì che i congressisti avevano deciso  di nominare speciali commissioni per visitare alcuni Stabilimenti Sanitari e di  Beneficenza della città di Firenze. I rapporti di queste visite dovevano essere  consegnati, dopo la conclusione del Congresso, per inserirli negli Atti che sarebbero stati successivamente pubblicati. Fu visitato per primo l’ Ospedale di S. Maria Nuova per il quale, a causa delle pessime  condizioni igieniche e sanitarie, fu richiesto il trasferimento in altra sede. L’ispezione nell’Ospedale   Fatebenefratelli non evidenziò disfunzioni ma era intanto arrivata la decisione del Governo di incamerarne le  rendite. La stessa disposizione fu data per l’Ospedale della Pace di Napoli, anche questo retto dai Fatebenefratelli, che all’epoca era ubicato in Via dei Tribunali. Ferdinando Palasciano, Deputato del Parlamento Italiano già dal 1865  e da poco eletto  Membro Ordinario del Consiglio Sanitario di Napoli, fece una petizione al Barone Ricasoli (5), Ministro dell’Interno e Presidente del Consiglio dei Ministri, affinchè la decisione, tra l’altro contestata anche dal  Comune di Napoli, fosse rivista.E’ stato un equivoco-chiedeva Palasciano scrivendo al Ministro- o invece l’incameramento delle rendite è stato veramente disposto dal Governo? Intanto- proseguiva- le rendite del Convento Spedale del Fatebene Fratelli di Firenze sono state sequestrate ed io non so se si vorrà considerare quell’Istituto  come Convento o come Spedale. Io so bene, che  un simile istituto è considerato come Ospedale, e che giustizia vorrebbe che fosse del pari riguardato quello di Napoli: anzi se debbo prestar fede ad assicurazioni formali ricevute per telegramma da Firenze, posso viver certo che questo atto di giustizia non ammette dubitazione”. Facendo riferimento a  quanto l’avv. Andreucci aveva pubblicato in più riprese su la “Nazione” cioè che il Municipio di Firenze aveva dichiarato laicale  l’Ospedale S. Giovanni di Dio  della città e non compreso quindi nella legge di incameramento delle corporazioni religiose soppresse, espose i motivi che dovevano “concorrere prepotentemente in favore di una decisione propizia all’uno e l’altro istituto” considerandoli quindi degli Istituti laici. A proposito dell’Ospedale di Firenze Palasciano  ricordò  quanto il Cav Andreucci aveva già dimostrato sulla stampa cioè:

1 Dal testamento di Simone Vespucci (il nobile fiorentino che con un sostanzioso lascito aveva reso possibile la fondazione dell’Ospedale n.d.r.) si evinceva l’origine puramente laicale  dell’Istituto

2 L’affidamento dell’opera ai PP. Ospitalieri di S. Giovanni di Dio non aveva cambiato  la laicità dell’opera perché, secondo la legge sulle Opere Pie, non cessavano di essere considerati laici quegli istituti che, avendone gli elementi costitutivi, venivano affidati a corporazioni monastiche regolari e secolari.

3 I Capitani del Bigallo (5) nel concedere l’uso e l’abitazione ai Padri si riservarono il diretto dominio sull’Ospedale per cui l’Istituto con il passare del tempo non aveva  subito alcuna alienazione.

4 Grazie all’opera dei Padri la rendita dell’Istituto che era esilissima si era elevata a L.176,000

Aggiungeva  poi che l’Ospedale aveva  40 letti e che in esso venivano  curati infermi di ogni malattia in modo migliore rispetto agli altri Ospedali di Firenze.

L’avv. Andreucci aveva intanto affrontato, da esperto, anche la questione di diritto. Affermava, infatti nei suoi articoli su la “Nazione”, che ”se l’Ordine dei Fatebenefratelli cade sotto la censura della legge di soppressione dei conventi, la perdita della personalità civile  e la conseguente invalidità dei loro voti di fronte alla legge  non sono circostanze che li rendono inabili a continuare il loro ministero. Per questo è conveniente mantenerli nelle loro attuali incombenze.”

Palasciano scrisse al riguardo che ”se laicale è stata la fondazione dell’Ospedale di Firenze, è stata principesca la fondazione dell’Ospedale di Napoli, fatta espressamente per essere utilizzato come Ospedale di S. Giovanni di Dio.” Nel 1586 infatti i Benefratelli  Arias e Soriano, reduci della battaglia di Lepanto ebbero da Don Giovanni d’Austria, testimone dell’abnegazione dell’Ordine in quella memorabile giornata, una somma di cinquemila ducati per fondare un Ospedale a Napoli. Per una tale fondazione la nipote di Ser Gianni Caracciolo donò la casa e la Chiesa. “Stando così le cose, scriveva  Palasciano, nella fondazione dell’Ospedale non vi è stata nessun cambiamento delle finalità per cui erano state fatte le donazioni, nessuna usurpazione, nessuno abuso governativo ma la più nobile delle origini cioè quella dell’abnegazione e della carità esercitata a Lepanto. E non parlo dei 30 mila ducati che il Benfratello Avignale di Napoli elargì prendendoli dal suo patrimonio privato”. Quindi concludeva che “come si invoca per l’Ospedale di Firenze la legge delle opere pie può essere invocata anche per l’Ospedale di Napoli essendo l’ordine uno e la legge uguale per Firenze e per Napoli. Del resto dal 1586 nessun riserbo è stato fatto da chicchessia sul dominio diretto dell’Ospedale di Napoli. E’ stato sempre il patrimonio della pubblica carità di Napoli senza conflitti di dominatori diretti e indiretti…”. Inoltre, secondo quanto scrisse Palasciano l’Ospedale Fatebenefratelli di Napoli era dotato di 70 letti (invece dei 40 letti dell’Ospedale di Firenze) occupati soprattutto da malati affetti da patologie acute in misura maggiore di tutti gli altri Ospedali napoletani. L’Ospedale Fatebenefratelli aveva svolto quindi negli anni un servizio importante per la città preservandola dalla diffusione delle malattie contagiose  e preservando gli altri ospedali dalle conseguenze di malattie endemiche disastrose molto comuni negli Istituti dove si raccoglievano  indistintamente malati acuti e cronici e, soprattutto, quelli da sottoporre ad interventi chirurgici. “Cosicchè- proseguiva-  Palasciano tutto ciò che l’Avv. Andreucci ha detto per il mantenimento dello Spedale Benfratelli di Firenze è in tutto e per tutto applicabile a quello di Napoli. Ma io non potrò mai credere che sia venuto in mente del Governo di confiscare gli Ospedali che sono beni esclusivi dei poveri per ristaurare le finanze della Nazione verso cui sono obbligati tutt’indistintamente  i cittadini”.

Amara Conclusione della vicenda

In data 22 Gennaio 1867 Palasciano ricevette la comunicazione  n°1269 dal Prefetto di Napoli. ” Per superiore incarico il sottoscritto reca a conoscenza della S.V. che il Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti ha ordinato la sospensione, sino a nuovo avviso, della presa di possesso della Casa dei Fatebene Fratelli, sotto il titolo di Santa Maria della Pace in Napoli dichiarando però di non potersi arrendere alle premure di questa Deputazione Provinciale  se, nel più breve tempo possibile, non gli vengono prodotti i titoli e documenti necessari per comprovare l’assunto, cioè che sia considerata la ridetta Casa dei Fatebene Fratelli come avente carattere di Opera Pia separata dalla Casa religiosa e quindi esente da soppressione. Delle quali superiori risoluzioni il sottoscritto ha già informato la Deputazione Provinciale soggiungendole avere il prefato Dicastero dichiarato, altresì, che qualora si indugiasse a procurargli  le prove di cui sopra esso si troverebbe suo malgrado costretto a provvedere al pieno eseguimento della Legge 7 Luglio 1866”. La reazione di Palasciano fu durissima. Egli scrisse  che il risultato ottenuto dalla sua petizione certamente non poteva soddisfarlo. Sosteneva che le argomentazioni del  Ministero di Grazia e Giustizia e dei Culti  erano arbitrarie e cavillose e  non affatto autorizzate dalla Legge del 7 Luglio 1866.  Nelle sue Memorie si legge  che, nonostante tutte le assicurazioni ricevute  dal Ministero e dalla Commissione Legislativa per la legge sulla liquidazione dell’asse ecclesiastico e, malgrado il disposto preciso della legge sulla soppressione, si diede inizio il  20 Settembre del 1867 all’opera di espoliazione  dell’Ospedale Maschile di Malattie Acute dei Fatebenefratelli  sotto il titolo della Pace in Napoli. Si iniziò ad eliminare quanto di funzionale vi era in quell’Ospedale. Faceva riferimento alle grandi opere che erano state realizzate e che i presenti alla solenne inaugurazione della Sala delle Degenze dell’Ospedale della Pace, avvenuta il giorno 8 Settembre 1864, ebbero modo di ammirare. Nelle  Memorie è riportata la descrizione di questa Sala. “Vi è un  sistema naturale di ventilazione che dà alla rinnovazione dell’aria pura in detta sala, supremo modo e attivissimo a constatare gli effetti nocivi dell’aria impura e malefica: sistema di ventilazione potrei dire perfetto, giacchè si consideri nel fatto pratico, che cioè nell’atmosfera di questa Sala l’odorato più dilicato non riconosce alcun odore incomodo, sicchè scientificamente si voglia approfondire qual mezzo igienico opportuno per distruggere qualunque fomite di infezione. Questo sistema di ventilazione è qui naturalmente stabilito primamente colla elevata disposizione delle finestre ben spaziose corrispondenti da oriente ad occidente le une in faccia alle altre, divise in due ordini, e le quali tutte con facile modo di accedervi possono essere aperte e chiuse a volontà, senza che il vento, che per esse alcune volte penetra, offender potesse gl’infermi sottoposti, essendo questi riparati dal suolo di tavole dell’interno balcone, che, come dissi costituisce il cielo dei loro letti. Questo ordinamento avvenne nel rinnovamento della Sala colla costruzione del lungo balcone interno che dà libero passaggio agl’inservienti, i quali prima per chiudere ed aprire le impannate dei finestroni si servivano di lunghe corde le quali, oltre alle molte difficoltà producevano rumori assai incomodi agl’infermi – Valgono poi allo stesso scopo e quei due larghi finestroni dello estremo settentrionale della Sala, divisi in due compartimenti, dei quali l’inferiore scendendo a livello del pavimento consiste in un certo tal quale lavoro di marmo da lasciare penetrarvi liberamente l’aria esteriore; e le tre porte d’ingresso lungh’esso il lato occidentale della sala in corrispondenza dei due grandi atrii. Per tutti questi vani che si aprono e si chiudono a volontà secondo le varie ore del giorno, dandosi libera ed ampia circolazione dell’aria atmosferica con quella interna, viensi a stabilire una potentissima corrente della medesima nel senso del più grande diametro, non solo capace di rinfrescare temperando l’atmosfera interna, ma depurandola da qualsiasi gas mefitico. Primamente infatti contribuisce come mezzo di ventilazione comune a fare uscire fuori delle alte finestre immediatamente quei gas, di che trovasi impregnati i vapori acquosi dirigentisi nelle zone  superiori della interna aria della  Sala. E poi vale a distruggere in  certo modo  i cennati fomiti di infezione. Dappoichè l’azione diretta dell’aria esterna purissima colla sua potente corrente si spiega attivamente su tutti gli oggetti esistenti nello interno della Sala, letti, utensili  ed altro serviente agl’infermi acuti febbrili, oggetti tutti che possono ritenere i miasmi e mercè essa azione vengono ad essere distrutti quasi come un’opera di sciorinamento. Negli Ospedali di malattie acute febbrili ho osservato che gli effluvi clorici adoperati per depurare l’aria e come disinfettanti degli oggetti fomiti d’infezione, riescono nocivi aggravando le condizioni bronchiali  e dei nervi,  irritazioni, di che la maggior parte degli infermi è affetta. Ippocrate chiamava l’aria pura l’alimento della vita; negli Ospedali cennati essa per la massa degli infermi è il medicamento per eccellenza.”

Sala delle Degenze nell’Ospedale della Pace di Napoli

 

Questo scritto evidenzia l’ammirazione di Palasciano per l’opera  realizzata dai Benefratelli ma anche la grande delusione per non essere riuscito a fermare la spoliazione dell’Ospedale della Pace, nonostante che Egli il 18 Luglio 1867 come  Deputato del Parlamento Italiano,  in occasione della discussione del Progetto di legge per la Liquidazione dell’asse ecclesiastico, avesse  manifestato  il suo dissenso motivandolo, come si legge negli Atti Parlamentari, con argomentazioni varie. Questo è il testo   del suo intervento :

“………Aderisco interamente alle vedute del Ministero e ringrazio il Presidente del Consiglio della sua gentilezza; ma la mia aggiunta aveva in mira di impedire che gli enti morali e le opere pie avessero potuto esser mutilati come pare che speri la Commissione. La Commissione dichiara che da un ente morale opera pia, poniamo per esempio un ospedale, si possa sopprimere la parte che riguarda il culto e si potesse poi pretendere che l’ospedale vivesse, meno la quantità di alimenti che gli veniva dalle rendite sottratte…

Quando ad un’opera pia avete tolto la parte che riguarda il culto, rimane con una rendita diminuita; e siccome questa spesa per le opere pie, specialmente ospedali, si riduce agli infermieri, al cuoco, al direttore dell’amministrazione, al salassatore, al barbiere, a tutto ciò insomma che riguarda l’assistenza, allora, soppressa questa parte, naturalmente lo Stato viene in possesso di tutto ciò che riguardava la rendita destinata agli uomini che disimpegnavano queste funzioni, e quindi l’opera pia per potersi mantenere ha bisogno di una sovvenzione che dovrebbero dare i comuni. S’intende che io voglio parlare dei Fate bene fratelli.

Quest’istituzione consiste in una parte che appartiene al culto, e che nel medesimo tempo esercita l’amministrazione, la farmacia ed il basso servizio. Se sopprimete questa parte, dovete pensare a rimpiazzarla. La Camera ed il Paese sono ben padroni di volere questa soppressione, ed io mi sottoscriverei volentieri perché la soppressione avesse luogo fin da domani, ma desidero però che l’opera pia superstite rimanga incolume dagli effetti della soppressione. Un ente morale non si può amputare, non si può sopprimere per metà. Detto questo, ho finito di abusare del tempo della Camera “

Note

(1) Questione Romana: E. un'espressione utilizzata dagli storici per definire la controversia che fu dibattuta durante il Risorgimento per quanto riguardava  il ruolo  di Roma, sede del potere temporale del Papa e nello stesso  tempo capitale d’Italia.

(2) Giovanni Lanza: (Casale Monferrato 15 Febbraio 1810-Roma 9 Marzo1882). Fu un politico italiano. Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1869 al 1873. Deputato al Parlamento dalla sua costituzione  e  fino alla sua morte. Durante il suo Governo vi fu l’apertura della Breccia di Porta Pia.

(3) Ospedale Fatebenefratelli di Firenze: Antico Ospedale  del Centro di Firenze in Borgo Ognissanti. Oggi gran parte della struttura ospedaliera  è stata spostata in Zona “Torre Galli” dove sorge il Nuovo Ospedale di S. Giovanni di Dio. Nel 1382 Simone di Pietro Vespucci appartenente alla ricca ed influente famiglia, da cui discese anche il navigatore Amerigo Vespucci, fondò un Ospedale dedicato a Santa Maria dell’Umiltà, Madonna molto cara ai fiorentini. Con il suo testamento  del 12 Luglio 1440, Simone Vespucci affidò la conduzione dell’Ospedale alla Confraternita di S. Maria del Bigallo. Il 4 Febbraio 1587 il Granduca Ferdinando I concesse l’utilizzo dei locali all’Ordine Ospedaliero di S. Giovanni di Dio. I frati si dedicarono al soccorso degli abitanti del quartiere , soprattutto dei poveri. Per effetto della soppressione delle corporazioni religiose l’Ospedale fu subordinato a quello di Santa Maria Nuova. Dopo la restituzione dei beni al Convento, l’istituzione  ospedaliera nel 1857 fu eretta a ente morale. Nel 1866 fu soppressa la gestione dei Frati. I religiosi, pur rimanendo all’interno dell’istituzione come medici o infermieri, dovettero cedere l’Amministrazione ad un’apposita commissione che, ai primi del XX secolo, fu sostituita da un Consiglio di Amministrazione. Oggi l’attività ospedaliera continua nel nuovo Ospedale S. Giovanni di Dio a  Torre Galli. Trattasi di un moderno Ospedale con oltre 300 posti letti. Il vecchio Ospedale in Borgo Ognissanti continua però  ad espletare alcuni servizi sanitari.

(4) Ospedale Fatebenefratelli di Napoli: Nel 1587  fu fondato dai Frati Ospedalieri di S. Giovanni di Dio ed ubicato  in Via Tribunali nel palazzo che essi avevano acquistato dalla Famiglia Caracciolo. Era conosciuto come Ospedale della Pace. I Fatebenefratelli dopo la morte del loro fondatore S. Giovanni di Dio avevano formato vari gruppi privi però di una vera e propria organizzazione. A partire dal 1572 divennero   una vera e propria  comunità religiosa  facendo propria  la Regola di Sant’Agostino che stabiliva i  voti di povertà, castità, obbedienza ed assistenza agli infermi. Nel 1656 la loro presenza a Napoli risultò determinante per fronteggiare l’epidemia di peste abbattutasi sulla città. Nel 1853 i Fatebenefratelli caldeggiarono l’istituzione di una scuola teorico-pratica per medici, chirurghi e farmacisti e nel 1854 destinarono all’assistenza dei malati affetti da colera una piccola casa di loro proprietà a Capodimonte che fu chiamato Ospedale della Pacella. Nel 1867 i Religiosi subirono la confisca dei beni da parte dello Stato, ma proseguirono indefessi l’attività assistenziale. Nel 1936 acquistarono l’ex Collegio di via Manzoni, dove nel 1937 inaugurarono l’Ospedale tutt’oggi attivo, intitolandolo alla Madonna del Buon Consiglio.

(5) Bettino Ricasoli: Soprannominato il Barone di Ferro (Firenze 9 Marzo 1809-Castello di Brolio 23 Ottobre1880) fu un politico italiano, Sindaco di Firenze e secondo Presidente del Consiglio del Regno d’Italia dopo Cavour.

(6) Compagnia del Bigallo: Conosciuta anche come Confraternita del Bigallo era un’Associazione religiosa composta da laici, fondata a Firenze nel 1244 dall’inquisitore domenicano Fra Pietro da Verona allo scopo di costituire una “milizia della fede” per sradicare l’eresia dei Catari. Dal 1425 al 1489 si unì alla Compagnia della Misericordia da cui ereditò l’edificio prospiciente il Duomo di Firenze con la loggetta che ne prese il nome.

 

Ultimo aggiornamento Mercoledì 06 Luglio 2016 18:31
 
LA SANITA' MILITARE DI PALASCIANO del Dott. Antonio CITARELLA PDF Stampa E-mail
Scritto da s. russo   
Mercoledì 08 Giugno 2016 07:21

 

Si riporta di seguito l'intervento del Dott. Antonio CITARELLA nel corso del Convegno Congiunto " Chirurgia di Guerra: Uomini e Fatti della Sanità Militare " che si è tenuto a Napoli in data 8 aprile 2016

 

 

Antonio Citarella

La Sanita’ Militare di Palasciano

Ferdinando Palasciano fu ufficiale medico dell’Esercito Borbonico per 12 anni: dal 1837 al 1859 . I suoi biografi hanno scritto che,  nato a Capua nel 1815 conseguì entro l’anno 1837, cioè a soli 22 anni, le Lauree  in Belle Lettere ed in Medicina Veterinaria. La sua fu quindi una brillante carriera universitaria. E’ lecito però chiedersi  come si potessero conseguire due lauree in 4 anni, cioè dai 18 ai 22 anni. Credo che lo si comprenda  leggendo il lavoro di Maurizio Lupo (1) “Il sistema scolastico del Mezzogiorno continentale prima dell’Unità: un inquadramento generale (1806-1860)”. L’Autore ci informa che  l’istruzione  preunitaria nel periodo borbonico era privata e pubblica. La scuola pubblica si divideva in cinque ambiti tutti variamente articolati: istruzione primaria; secondaria; superiore; parauniversitaria e universitaria. Questi ambiti non costituivano, come accade oggi, i livelli di un percorso formativo legato all’età. Nelle scuole primarie, infatti, venivano iscritti  anche  degli adolescenti  e persino qualche adulto, la stessa cosa accadeva nelle scuole secondarie; gli Istituti superiori accoglievano anche i bambini purchè già alfabetizzati. L’accesso alle scuole parauniversitarie e all’Università, infine, non presupponeva il possesso di titoli pregressi. Ogni Istituto doveva specializzarsi in una Facoltà universitaria  attivando le relative cattedre. I licei in pratica vennero concepiti come piccole università di provincia dove l’insegnamento di base  erano la grammatica, la retorica, la filosofia e  la matematica. E’ possibile quindi ipotizzare, in mancanza di una precisa documentazione, che la prima laurea di Palasciano, cioè  quella in Belle Lettere, sia stata in effetti il completamento dello studio liceale e che l’abbia conseguita a diciotto anni nel 1833. Ritengo invece che la Laurea in Medicina Veterinaria sia stata una vera Laurea così come viene concepita oggi. La Scuola Veterinaria aperta a Napoli nel 1798, a partire dagli anni trenta dell’ottocento, acquistò le caratteristiche di una vera e propria  facoltà universitaria . La   laurea veniva rilasciata dopo un corso quadriennale sostenendo il relativo esame finale. E’ verosimile                                                                                                                                                                           che Palasciano, studente modello, l’abbia conseguita nel 1837 al termine del corso regolare di quattro  anni. In quell’anno scrisse infatti  un lavoro di ricerca ”Sopra le zoppaggini per distrazione dei grandi animali domestici” stampato a Napoli dalla Tipografia Trani. In questo lavoro venne studiato, in particolar modo, il cavallo proprio per il suo uso in guerra. La laurea in Medicina che secondo la legislazione dell’epoca aveva la durata di sei anni fu conseguita da Palasciano a Messina nel 1840. Il  suo corso di Laurea durò, quindi, non sei ma tre anni. Come avvenne ciò? Forse, ma è solo un’ipotesi, gli furono riconosciuti come validi alcuni esami quali la Biologia, l’Anatomia ed altri sostenuti durante la frequenza della Facoltà di Veterinaria. Un altro dato non ben chiaro riguarda l’anno  in cui  entrò nell’esercito borbonico. Vi  entrò  certamente nel 1837 come Cadetto, cioè aspirante Ufficiale, subito dopo la Laurea in Medicina Veterinaria. Non sappiamo se svolse nell’Esercito la funzione di Veterinario. E’ certo però che si dimise nel 1849. Il suo servizio militare durò, quindi, dodici anni. Ce ne dà conferma lo stesso Palasciano quando  nella Camera dei Deputati, seduta  del 10 Marzo 1873, all’onorevole Corte (2) che si  vantava  di  aver partecipato a diverse campagne militari rispose che egli ben conosceva le campagne militari per avervi partecipato più volte durante i dodici anni del servizio prestato nell’esercito borbonico. Entrato nell’esercito fu  trasferito  a Messina per gli studi di Medicina. Eppure, è stato scritto che Egli era in servizio presso l’Ospedale Militare di Capua fin dal 1837 ma non sappiamo con quale ruolo perché, in quell’anno, non era ancora laureato in Medicina. Conseguita comunque questa Laurea, con il grado di Alfiere, cioè di sottotenente medico dell’esercito borbonico, svolse un’intensa attività a favore dei feriti in guerra. Siamo nei primi anni quaranta dell’Ottocento durante i quali Palasciano  acquistò  esperienza lavorando  nell’Ospedale Militare di Capua e in quello  della Santissima Trinità di Napoli nel quartiere  di  Montecalvario. I tanti  casi clinici trattati nella sua attività gli consentirono di ideare e pubblicare nel 1847 (mentre era ancora ufficiale medico) il «Nuovo metodo di cura dell’anchilosi angolare del ginocchio”. Questa era una patologia, all’epoca  abbastanza frequente, dovuta sia a lesioni traumatiche sia a  cause infiammatorie e degenerative croniche. Quella ideata da  Palasciano era una tecnica chirurgica innovativa, che scaturiva da ricerche anatomiche e fisiologiche condotte sui muscoli impegnati durante i movimenti delle articolazioni. Gli esperimenti sugli animali (che lui conosceva bene per aver conseguito anche la laurea in Veterinaria) e quelli sui cadaveri indubbiamente furono decisivi per ideare e praticare la nuova tecnica operatoria. Egli imparò, seguendo le tendenze più avanzate dell’epoca, a trattare le lesioni ossee con un metodo di immobilizzazione che rispettava il sistema scheletrico. Abbandonò perciò il vecchio sistema che usava il cartone bagnato a favore della fasciatura inamidata (bendage amidonnè) che Seutin (3) chirurgo belga aveva ideato già nel 1835. Il nuovo metodo consisteva nel fasciare l’arto traumatizzato, dopo aver ridotta  la frattura, con una benda impregnata di farina di amido bagnata  in acqua. Questo composto era spalmato su bende poi applicate su stecche di cartone, pure esse impregnate di amido, che immobilizzavano la frattura. Veniva così confezionato un apparecchio leggero ed elegante che poteva essere rimosso, se vi era la necessità di  controllare lo stato della cute, e riposizionato al termine dell’operazione. Per questo motivo venne chiamato apparecchio amovo-inamovibile. Successivamente, anche quando da tempo aveva lasciato l’esercito, Palasciano  si interessò delle fratture del femore da arma da fuoco e fu per questo in contatto con  Rocco Gritti (4),  primario chirurgo  presso l’Ospedale Maggiore di Milano, che aveva pubblicato un testo : ”Delle fratture del femore per arma da fuoco studiate sotto il punto di vista della Chirurgia militare”. A proposito dell’inizio della sua carriera militare, in un  articolo conservato  nell’archivio storico per le provincie Napoletane  della Società Napoletana di Storia Patria  a firma dell’Archivista, Dott.ssa Marina Azzinnari (5), si legge:“A Napoli dal 20 Settembre al 5 Ottobre 1845 si tenne il VII Congresso degli Scienziati Italiani, nella sede del museo mineralogico, nel complesso universitario del Salvatore (Ex Collegio Massimo dei Gesuiti in Via S.Marcellino), lo stesso luogo dove si svolgevano le sedute del parlamento napoletano dal 1848 al 1860”. A proposito di Palasciano che partecipava a quel congresso l’Autrice scrive: ”è terzo chirurgo in servizio presso l’Ospedale di Capua dal 1837 (ma  in quell’anno non era ancora laureato in Medicina n.d.r.) e successivamente presso l’Ospedale Generale dal 1844. Il suo stato di servizio  reca il giudizio: “ Condotta ottima, talenti molti, applicazione molta, assenze nessuna, costumi buoni, salute rimessa, sentimento retto, infine: ristabilito in salute, serve con zelo e attaccamento al Real servizio, e al bene degli infermi”. Sottolineo che l’epoca del VII Congresso è il 1845 e  Palasciano era ancora Medico Militare. Nel 1846 scrisse la “Guida Medica del soldato, aumentata e ridotta su quella del Brack (6)” che così inizia : ”L’Igiene militare è una parte della Medicina che ha per oggetto la conservazione della salute del soldato”. Nelle intenzioni dell’Autore l‘opera  avrebbe dovuto insegnare al soldato in che modo fare uso delle cose che per lui  necessarie e in che modo modificare o eliminare le cause delle malattie. Nel capitolo primo raccomanda ai responsabili di mettere insieme, se possibile, i giovani provenienti dallo stesso paese allo scopo di diminuire i disagi, soprattutto psicologici, derivanti dalla loro condizione di militari. Il trovarsi tra persone che provengono dallo stesso luogo, che parlano lo stesso dialetto e  che hanno le stesse abitudini potrebbe alleviare i disagi derivanti dalla nuova condizione di questi giovani. Nelle prime pagine della Guida Medica l’Autore  rivela  il suo obiettivo che  è quello di educare i soldati al rispetto del proprio corpo per salvaguardarne la salute e lo fa fornendo una serie di raccomandazioni come quella di mantenere la purezza dell’aria evitando inquinamenti come quelli derivanti  dalla combustione dei carboni. Raccomanda di essere attenti a non entrare in ambienti chiusi, grotte, cantine, sotterranei, letamai, cloache, ambienti dove è in atto un processo di putrefazione senza prima creare una comunicazione con l’aria esterna sia per mezzo di ventilatoi, sia aprendo di tanto in tanto qualche finestra. Avverte poi che, in occasione di temporali, l’aria può diventare veicolo della potenza del fulmine. Raccomanda, perciò, di evitare di rifugiarsi sotto gli alberi ma di trovare riparo in ambienti chiusi. Un’attenzione particolare viene riservata agli abiti. Questi  non devono  stringere in maniera eccessiva nessuna  parte del corpo per non impedire la normale circolazione del sangue. Gli abiti devono essere puliti per tutelare la salute del soldato. Spiega, infatti, che  tutta la superficie del corpo dell’uomo secerne continuamente un fluido escrementizio che, quando si appiglia per molto tempo sugli abiti, diventa irritante per la pelle tanto da essere responsabile di moltissime malattie cutanee. Fornisce anche consigli sull’abbigliamento dei soldati. Quelli che militano nella cavalleria dovrebbero indossare  un cinto di lana applicato sul basso ventre e moderatamente stretto con il quale si potrebbero prevenire le ernie che rappresentano una patologia comune nei soldati a cavallo. Utile è il sospensorio per i soldati di cavalleria perché impedisce  che gli organi della generazione siano schiacciati nei grandi movimenti del cavallo  e preserva  dalle malattie che un tale accidente può produrre. Le  scarpe, sia per il soldato di fanteria che di cavalleria, devono essere comode. Le scarpe e gli stivali, non devono comprimere altra parte del piede a parte il collo. Ciò per evitare calli, cipolle ed unghie incarnite. La scarpa deve essere quindi  ben confezionata. La suola deve essere forte senza piegarsi alle ineguaglianze del terreno e l’ “impigna” cioè la costura del tomaio deve essere costruita dalla parte esterna e deve essere ben stretta; il tacco deve essere  basso. Le calze non devono essere né di cotone né di lana bensì di  filo di lino o di canapa. Il piede deve essere lavato  con pezzuole bagnate e asciugato bene  specie all’unione delle dita. “Il soldato si persuada, avverte, che il fucile ed il piede sono le due principali cose di cui debba avere cura e in guarnigione e in campagna.” A proposito dell’alimentazione  scrive  che Il pane, la carne vaccina e la pasta rappresentano l’alimento più semplice ed economico per il soldato. L’acqua che non ha gusto spiacevole e che scioglie bene il sapone è ottima a bere ed idonea a cucinare. Il soldato deve evitare  gli alcolici perché provocano solo euforia e non riscaldano il corpo anzi  lo rendono invece poco adatto alla fatica e imbruttiscono  la mente. Il soldato deve mangiare spesso ma solo cibi puri, sostanziosi e di buona qualità e deve  bere un miscuglio di due terzi di acqua e un terzo di vino leggiero da ritenersi bevanda eccellente e salutare. Raccomanda le precauzioni da usare quando si marcia e d’estate e d’inverno. E’ importante che gli accampamenti sorgano su un piano sabbioso secco, ben scoperto, sul bordo di un fiume o di un ruscello per favorire il rifornimento di acqua. Le baracche devono essere ampie con una finestra davanti la porta. La paglia che forma il letto del soldato deve essere cambiata ogni quindici giorni e bruciata. Gli escrementi e gli avanzi degli animali macellati devono essere seppelliti ogni giorno. Il clima  incide sulla salute della truppa perciò raccomanda che  nei climi freddi la truppa dovrebbe essere ben vestita e nutrita in misura abbondante. Alle truppe bisognerebbe accordare un supplemento di viveri  e di vino ogni qual volta si trovano in ambienti freddi specie se  la campagna militare  si prolunga oltre il mese di Novembre. Negli ambienti caldi del mezzogiorno d’Europa le truppe, per quanto possibile, devono essere  allontanate dai luoghi paludosi; devono portare abiti pesanti  ed indossare i cappotti dal tramonto del sole fino al mattino e non dormire mai allo scoperto. In un altro capitolo l’Autore tratta le infiammazioni della pelle (il foruncolo e il patereccio), le infiammazioni del  naso, orecchio, occhio, nonché le malattie veneree ( blenorragia o scolazione). Questa infezione si sviluppa dal secondo al quindicesimo giorno dopo il coito con donna impura. Per quanto riguarda la terapia, raccomanda Palasciano, ci si limiti all’uso di bevande addolcenti come infusi di fiori di malva o di altea; si beva un leggero  decotto di semi di lino o di orzo ovvero acqua di gomma arabica alquanto zuccherata. Il soldato che ha contratto la malattia deve assoggettarsi al salasso e per otto o dieci giorni deve praticare un semicupio lieve con decotto di malva. Deve mangiare alimenti  poco conditi e deve dare la preferenza ai legumi piuttosto che alla carne; deve astenersi dal coito, dalla corsa, dal ballo e deve usare un  sospensorio per evitare gli ingorghi testicolari e praticare salassi, scarificazioni  cataplasmi emollienti. Il borsone, cioè il bubbone inguinale dovuto all’ingrossamento delle ghiandole inguinali secondario alle ulcerazioni dell’asta, deve essere curato applicando cataplasmi emollienti finché non si perviene alla suppurazione. In questo stadio il pus sarà evacuato attraverso  un’incisione praticata in corrispondenza della raccolta di pus. Raccomanda di impiegare una lavanda solforosa  o  una pomata di zolfo per trattare la scabbia.  Le ustioni vanno trattate con acqua gelata e con estratto di saturno, medicando  con  unguento cerato, con  sugna e burro senza sale  ovvero miscela di olio e tuorlo d’uovo in  parti uguali.

Per il trattamento delle ferite sanguinanti, è necessario esercitare una forte compressione sulla parte da cui fuoriesce sangue, comprimere  con una garza (la filaccica) piegata otto o dieci volte. La  compressione deve essere mantenuta con una fascia o un fazzoletto. Se la ferita è localizzata ad un arto bisogna comprimere al di sopra della ferita. Per quanto riguarda l’arto superiore la compressione viene esercitata quattro dita al di sotto dell’ascella mediante l’applicazione di tre o quattro compresse, ciascuna bagnata e piegata in otto doppi in modo da presentare la larghezza di circa quattro dita. In una di queste garze si introduce una striscia solida di legno o di metallo. Nelle ferite d’arma da fuoco la lesione va attentamente esaminata per rimuovere eventuali corpi estranei quali schegge di legno, pietre frammenti di abiti. Se vi è stata penetrazione di un proiettile (palla) e lo si vede si cercherà delicatamente di estrarlo; se vi è frattura bisogna  applicare  apparecchi di contenzione ed inviare il soldato  in ospedale. L’Autore si sofferma a lungo sul trattamento delle fratture. Raccomanda che prima di trattare una frattura bisogna che gli assistenti fissino i segmenti ossei  fratturati dando loro la lunghezza e direzione naturale rispetto alle parti sane. Le compresse e le garze da usare non devono mai avere orli o pieghe e prima di applicarle sulla pelle è giusto bagnarle con acqua salata o acidolata. Quando la frattura è complicata da una ferita questa deve essere medicata  prima di applicare l’apparecchio contentivo. Il letto dei fratturati deve essere solido, duro e non soggetto ad infossamenti. Nel testo vengono poi trattate  singolarmente le fratture delle ossa dell’avambraccio, del braccio, della clavicola, delle mani, delle cosce, delle gambe, dei piedi, delle ossa del naso. L’Autore descrive minuziosamente i rimedi da usare per il trattamento di ferite, specie le contuse o infiammate, raccomandando in particolare l’uso di coppette, la pratica delle scarificazioni e l’applicazione di mignatte nonché la terapia con il salasso di cui fornisce anche la tecnica di esecuzione. Si sofferma poi sulla preparazione delle tisane: quelle  con malva o fiori di altea (tisana pettorale);  quella amara (con cicoria selvatica) ; la tisana di orzo, di lino, di riso. Descrive i medicamenti per provocare vomito ( i vomitivi) come il tartaro stilbiato, i purganti sempre con tartaro stibiato, le pozioni per la febbre periodica come il chinino, i clisteri purganti con foglie di serra. Secondo Palasciano il tartaro stibiato è il rimedio che, meglio degli altri, conviene al soldato perché in piccole dosi serve da vomitivo, purgante, risolvente, antiperiodico. Non dimentica di citare, tra i medicamenti  risolventi, i clisteri mollitivi (con foglie o radici di malva e semi di lino) i fomenti mollitivi, i cataplasmi le pillole balsamiche-astringenti che contengono: mastice, mirra, chinachina, angostura, le iniezioni astringenti  con laudano, solfato di zinco, le lavande solfuree per il trattamento della scabbia. Nel 1848 Palasciano fu a Messina  come   chirurgo militare e qui  maturò e sostenne l’idea della neutralità dei feriti in guerra. Il  generale Filangieri non capì e quindi non giustificò il suo comportamento perché riteneva che curare il ferito dell’esercito nemico significasse tutelare l’integrità fisica dell’avversario. Per Filangieri (7) non si trattava di filantropia ma di tradimento e per questo lo punì con l’arresto. Giudicato e condannato ad un anno  di reclusione, scontò la pena a Reggio Calabria, indi tornò a Capua e nel 1849 rassegnò le dimissioni dall’esercito borbonico. Intenso fu l’impegno di Palasciano come chirurgo durante l’assedio di Messina (5-7 settembre 1848). Furono giornate terribili come risulta dalla descrizione che ne fa Ferdinando Malvica (8) nella Storia della Rivoluzione di Sicilia ” In mezzo agli incendi avveniva il sacco, ed ogni altro disordine, che la guerra seco trascinava. Tanto più che il cittadino furore, nei vari incontri, non aveva avuto alcun limite; e la guerra che dalle insorte masse erasi fatta, parea piuttosto di barbari che di civili uomini…….I fatti furono atroci e l’umanità ne ricorderà per lunga pezza i mali. Basta dire che taluni trascinavano quei soldati che per ferite ricevute, giacevano abbandonati sul suolo, ne riducevano in brani le membra, le dilaniavano, ed a guisa di antropofagi  se ne contrastavano il pasto, altri tagliavano ai prigionieri le orecchie, e le appendevano come nastri cavallereschi, alle bottoniere, fuvvi chi arrostiva fino le mutilate membra di questi sventurati, e nelle pubbliche vie, per libidine di vendetta  iva gridando che la carne napolitana ad un bajocco il rotolo si vendeva. E perché tutta si mostri l’infelicità dei tempi, e l’orrore degli uomini, è mestieri che la storia perpetui. Queste cose succedevano innanzi la stazione francese ed inglese, che nei messinesi mari ancorava” Nel 1852, non più medico militare partecipò come volontario ai soccorsi per i terremotati di Melfi  colpita da un violento sisma il 14 agosto 1851. Si prodigò con generosità di medico e di uomo nel curare i feriti tanto da meritare la medaglia d’oro al merito civile conferitagli dal re Ferdinando II di Borbone con decreto reale del 15 dicembre. La sua costante preoccupazione, anche dopo aver lasciato l’esercito, fu quella di meglio assistere e curare i feriti in guerra e certamente, animato da questi sentimenti, presentò nel Congresso  di Lione del 1865, l’apparecchio –barella con il quale il soldato che aveva subito una grave lesione scheletrica poteva giacere in condizione di comodità e sicurezza per parecchio tempo. Palasciano sosteneva che molti casi di amputazione e di morte erano da attribuire ad un trasporto inadeguato del ferito all’ospedale che avveniva  spesso con carrette o altri mezzi di fortuna  senza alcuna forma di immobilizzazione provvisoria. E’ stato scritto che “l’apparecchio ideato da Palasciano, grazie al suo robusto scheletro metallico, alle imbottiture con cuscini di caucciù, riempiti d’aria o d’acqua, e  al rivestimento in tela impermeabile, sommava in sé doti di robustezza e di conforto. C’era la possibilità di modificare, grazie agli snodi a livello dell’anca e del ginocchio, la posizione dell’arto inferiore, che poteva così essere mantenuto in trazione continua oppure in semiflessione, a seconda delle necessità o dei diversi tempi di cura… E poi, l’accorgimento più utile: con due semplici barre in ferro, introdotte attraverso dei passanti, il lettino di immobilizzazione si trasformava in una barella, facile da sostenere a mano.”

Prima di concludere questo scritto mi sembra giusto evidenziare  la grande rivoluzione che Palasciano operò nell’assistenza ai feriti in guerra. Per questo devo necessariamente ricordare quanto disse Ottavio Morisani (9) il 5 luglio 1896 commemorando Palasciano presso l’Accademia Pontaniana  di cui era socio residente: “ Nell’esaminare le vicende della campagna d’Italia del 1859, Palasciano fu colpito meno dal numero dei feriti, che dalla proporzione dei morti. La cifra dei combattenti oggi enormemente cresciuta, la perfezione delle armi, che seminano la distruzione e la strage a più migliaia  di metri con rapidità fulminea danno ragione della massa enorme dei feriti. Ma la mortalità di essi e soprattutto degli amputati non può essere tutta attribuirsi alla potenza delle armi. Ad altre cause è da addebitare questa enorme iattura. E’ la insufficienza numerica del personale sanitario, la disadatta medicatura delle ferite e, principalmente, il trasporto più lungo mentre invece dovrebbe essere più veloce considerata la rapidità delle guerre moderne, e l’ingombro degli ospedali e delle ambulanze non proporzionato al numero dei feriti immensamente cresciuti per la cresciuta potenza delle armi. Giustizia è che a coloro i quali versarono il sangue  per la patria  sia recato soccorso sollecito ed efficace e che vengano più che sia possibile attenuate le mutilazioni e le morti.” Ricordo poi che Palasciano, riconosciute le cause del grave disastro che la male organizzazione dei soccorsi determinava ai feriti, non si fermò alla contemplazione del fenomeno ma si diede da fare con l’energia e la decisione che gli erano proprie per porvi rimedio. Nel corso della riunione del 15 Aprile 1861 dell’Accademia Pontaniana egli lesse una prima Memoria sull’argomento e finanziò un concorso a premi  destinato ad ottenere un Manuale di Chirurgia Militare composto di non meno di 100 aforismi sulla cura delle ferite di arma da fuoco. A pochi giorni di distanza, il 28 Aprile, egli annunziò e sostenne  ” il principio della neutralità dei  combattenti feriti o gravemente infermi per tutto il tempo della cura  e dell’aumento illimitato  del personale sanitario per tutta la durata della guerra”. Secondo Palasciano, per diminuire la morte degli amputati e  per sottrarre alle amputazioni molti arti gravemente feriti, era  necessario  che i governi venissero  in aiuto della scienza medica, la quale  da sola non poteva  evitare  ai  feriti il  trasferimento per essere operati, e non poteva  provvedere a reperire  il personale e  i mezzi  necessari per  curare i feriti nel luogo  del combattimento. Un tempo, osservava  Palasciano, i feriti venivano mutilati  con grande facilità e i chirurgi chiedevano aiuto ad  altri medici per operare secondo le esigenze della Chirurgia di quell’epoca. Il dilemma  era se conveniva amputare precocemente  o tardivamente. Si può quindi affermare con certezza che con Palasciano iniziò l’era della Chirurgia Conservativa che si fondava  sul principio secondo il quale  proteggendo  il combattente  nel momento stesso in cui cade ferito  lo si mette al sicuro da  tutte le complicanze che portano all’amputazione e alla morte. E’ questo il vero merito del Palasciano come scrisse Gaetano Mazzoni (10) “…. L’idea fu scientifica, chirurgica, terapeutica; nacque dall’orrore destato dal numero straordinario delle mutilazioni, da quello estremamente esiguo dei risultati , dal desiderio di poter rendere migliori le sorti dei combattenti feriti”

Note biografiche

1 Maurizio Lupo : Primo ricercatore presso l’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (ISSM) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), attualmente distaccato presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (ISEM) del CNR, sezione di Genova.

2  Giuseppe Antonio Corte: Laureato in Medicina e Deputato. La sua prima legislatura, fu in realtà calcolata come VIII Legislatura del Regno d'Italia, viste le sette precedenti del Regno di Sardegna, l'ultima fu  la XXIX Legislatura del Regno d'Italia

3  Seutin: La necessità di avere mezzi di contenzione leggeri spinse il belga Seutin (1835) ad inventare la Fasciatura amidata. La fasciatura amidata era composta da un miscuglio di farina d’amido diluita in acqua. Questo composto era spalmato su bende poi applicate su stecche di cartone, pure esse impregnate d’amido, che immobilizzavano la frattura. L’immobilizzazione che ne risultava era leggera ed elegante

4 Rocco Gritti: Nato nel 1827 a Rota Dentro, frazione di Rota d’Imagna nel bergamasco, frequentò la facoltà di Medicina dell’Università di Padova. Si laureò a Pavia nel 1853 . Dopo la laurea frequentò l’Ospedale Maggiore di Milano dove operava il famoso chirurgo A. de Marchi Gherini. Si trasferì dopo qualche tempo a Vienna ove si trattenne dal 1853 al 1855 frequentando la Clinica chirurgica di Franz Schuh e l’Istituto di Anatomia Patologica diretto da Karl Rokitanski. Tornato in Italia ricominciò la sua attività nell’Ospedale Maggiore di Milano ove nel 1865 fu nominato chirurgo primario. Studiò i problemi di amputazione dell’arto inferiore inventando tecniche personali . Nel 1892 lasciò l’Ospedale per limiti di età e morì nel 1920 nella sua villa di Pallanza sul lago Maggiore

5 Marina Azzinnari: Archivista di stato presso il Ministero della Cultura

6 Antoine Fortuné de Brack: Generale napoleonico nato a Parigi il giorno 8 Aprile del 1789 e morto a ‘Evreux il 21 Gennaio 1850

7 Filangieri Carlo: Principe di Satriano, duca di Cardinale e di Taormina, barone di Davoli e di Sansoste (Cava de' Tirreni, 10 maggio 1784San Giorgio a Cremano, 9 ottobre 1867). Fu un generale e politico italiano, del Regno delle Due Sicilie. Figlio di Gaetano Filangieri, partecipò alle guerre napoleoniche nell'esercito francese: prese parte alla battaglia di Austerlitz e alla Campagna di Spagna. Trasferito nel Regno di Napoli per aver ucciso in duello un generale italo-francese, fu aiutante di campo di re Gioacchino Murat che lo nominò generale nel 1813.Dopo la restaurazione borbonica nel Regno delle Due Sicilie, fu reintegrato ed ebbe vari incarichi comandando con successo la Campagna per la riconquista della Sicilia (1848-1849). Rimase nell'isola come luogotenente fino al 1855.Nel periodo immediatamente precedente all'Impresa dei Mille fu Presidente del Consiglio e ministro della Guerra (8 giugno 1859-16 marzo 1860). Durante tale carica si batté invano per un'alleanza del Regno delle Due Sicilie con il Piemonte e la Francia. Dopo l'unità collaborò con il governo del Regno d'Italia.

8 Ferdinando Malvica:  Nacque a Palermo nel 1802 da Antonino - barone di Villanova  e consigliere della Corte suprema - e da Angela Damiani. A diciotto anni  prese parte alla rivoluzione carbonara del 1820, compromettendo la posizione del padre, che lo fece partire per un viaggio di nove anni all'estero (Egitto, Candia, Francia) e in Italia, durante il quale conobbe V. Monti, I. Pindemonte, C. Botta. Rifugiatosi infine a Roma, all'inizio del 1826, vi pubblicò l'Epistola sopra il duello, in cui sostenne che "non vi ha cosa  che abbia prodotto più mali alla desolata umanità quanto la istituzione del duello". Nel 1827 vide la luce a Rieti il Discorso sulla educazione, messo all'Indice nel 1828, in cui il M. sosteneva che l'istruzione e l'educazione, non solo in Italia ma anche in Europa, avevano bisogno di una generale e profonda riforma. Fra le idee più significative portate avanti dal M. vi era la convinzione che le madri dovessero allattare direttamente la prole, e che nell'istruzione dei fanciulli bisognasse privilegiare la lingua madre, mentre lo studio delle lingue antiche doveva essere riservato a un'età più matura. Il M. insistette inoltre sulla grande utilità della vaccinazione antivaiolosa. Dichiarandosi contrario all'uso della forza nei sistemi educativi, raccomandò ai governi di vietare "l'infame uso della sferza, della verga, della fune" . Nella rivoluzione palermitana del gennaio 1848 il M. tenne un atteggiamento moderato e prudente, ma la tendenza a mutare rapidamente opinione e schieramento gli attirò accuse da un lato di estremismo repubblicano e dall'altro di filoborbonismo; pur ben disposto verso di lui, un contemporaneo lo avrebbe definito "forte, e sapiente letterato, malfermo di carattere" (Di Pietro). Comunque, restaurata la monarchia borbonica, fu nominato Direttore (cioè Ministro) degli Interni del governo siciliano presieduto da C. Filangieri principe di Satriano e si distinse per una coraggiosa politica riformatrice, specialmente nel settore della pubblica sicurezza. Fu presto sostituito da P. Scrofani e destinato alla Consulta. Di tali vicende parlò in un'opera rimasta manoscritta, la Storia della rivoluzione di Sicilia negli anni 1848 e '49 il cui  manoscritto  è conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli.

9 Ottavio Morisani: nato a Formicola (CE) il 14 Luglio  1835 e morto a Napoli il 26 Gennaio  1914 fu  Senatore del Regno nella XVII Legislatura  e professore di Ginecologia nell’Università di Napoli.

10 Gaetano Mazzoni: Chirurgo romano . Primario dell’Ospedale S. Giovanni. Fu  Amico di Palasciano con il quale condivise molte esperienza professionali. Fu uno dei primi soci della Società Italiana di Chirurgia nata a Roma il 3 Aprile 1882 per volontà di Giuseppe Corradi, Carlo Gallozzi, Enrico Bottini, Pietro Loreta, Enrico Albanese, Costante Mazzoni, Ferdinando Palasciano.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Giugno 2016 07:32
 
Aggiornamento della Sezione " La Storia di F. Palasciano " PDF Stampa E-mail
Scritto da s. russo   
Sabato 28 Maggio 2016 16:13

Nella Sezione  “ La Storia di F. Palasciano “ sono state aggiunte tre Cartelle che riportano immagini dei ferri chirurgici ,  certificazioni  e  alcuni testi della biblioteca di Ferdinando Palasciano. In particolare la cartella dei documenti,  inerenti  la scrupolosa ricerca sui familiari del Palasciano, è stato opportuno riportarla per sopperire all’incompletezza verificatesi nel corso della realizzazione del libro “ ATTI DELLA GIORNATA DI STUDI  IN ONORE DI  FERDINANDO  PALASCIANO NEL BICENTENARIO DELLA NASCITA “ . Infatti il Capitolo pertinente allo studio di ricerca  fornito dalla Prof.ssa Annamaria DE CECIO  è risultato mancante di alcune copie di certificati con   annesse Traduzioni/Trasposizioni . Per quanto concerne le immagini dei ferri chirurgici e dei libri appartenuti al Palasciano ,si precisa che sono state realizzate presso la Biblioteca del Museo Campano di Capua.

 

 
<< Inizio < Prec. 1 2 3 4 5 6 7 8 Succ. > Fine >>

Pagina 2 di 8

NOTA ! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Se non si modificano le impostazioni del browser, l'utente accetta. Per saperne di piu' Leggi privacy policy.

Accetto i cookie da questo sito.