LA SANITA' MILITARE DI PALASCIANO del Dott. Antonio CITARELLA Stampa
Scritto da s. russo   
Mercoledì 08 Giugno 2016 07:21

 

Si riporta di seguito l'intervento del Dott. Antonio CITARELLA nel corso del Convegno Congiunto " Chirurgia di Guerra: Uomini e Fatti della Sanità Militare " che si è tenuto a Napoli in data 8 aprile 2016

 

 

Antonio Citarella

La Sanita’ Militare di Palasciano

Ferdinando Palasciano fu ufficiale medico dell’Esercito Borbonico per 12 anni: dal 1837 al 1859 . I suoi biografi hanno scritto che,  nato a Capua nel 1815 conseguì entro l’anno 1837, cioè a soli 22 anni, le Lauree  in Belle Lettere ed in Medicina Veterinaria. La sua fu quindi una brillante carriera universitaria. E’ lecito però chiedersi  come si potessero conseguire due lauree in 4 anni, cioè dai 18 ai 22 anni. Credo che lo si comprenda  leggendo il lavoro di Maurizio Lupo (1) “Il sistema scolastico del Mezzogiorno continentale prima dell’Unità: un inquadramento generale (1806-1860)”. L’Autore ci informa che  l’istruzione  preunitaria nel periodo borbonico era privata e pubblica. La scuola pubblica si divideva in cinque ambiti tutti variamente articolati: istruzione primaria; secondaria; superiore; parauniversitaria e universitaria. Questi ambiti non costituivano, come accade oggi, i livelli di un percorso formativo legato all’età. Nelle scuole primarie, infatti, venivano iscritti  anche  degli adolescenti  e persino qualche adulto, la stessa cosa accadeva nelle scuole secondarie; gli Istituti superiori accoglievano anche i bambini purchè già alfabetizzati. L’accesso alle scuole parauniversitarie e all’Università, infine, non presupponeva il possesso di titoli pregressi. Ogni Istituto doveva specializzarsi in una Facoltà universitaria  attivando le relative cattedre. I licei in pratica vennero concepiti come piccole università di provincia dove l’insegnamento di base  erano la grammatica, la retorica, la filosofia e  la matematica. E’ possibile quindi ipotizzare, in mancanza di una precisa documentazione, che la prima laurea di Palasciano, cioè  quella in Belle Lettere, sia stata in effetti il completamento dello studio liceale e che l’abbia conseguita a diciotto anni nel 1833. Ritengo invece che la Laurea in Medicina Veterinaria sia stata una vera Laurea così come viene concepita oggi. La Scuola Veterinaria aperta a Napoli nel 1798, a partire dagli anni trenta dell’ottocento, acquistò le caratteristiche di una vera e propria  facoltà universitaria . La   laurea veniva rilasciata dopo un corso quadriennale sostenendo il relativo esame finale. E’ verosimile                                                                                                                                                                           che Palasciano, studente modello, l’abbia conseguita nel 1837 al termine del corso regolare di quattro  anni. In quell’anno scrisse infatti  un lavoro di ricerca ”Sopra le zoppaggini per distrazione dei grandi animali domestici” stampato a Napoli dalla Tipografia Trani. In questo lavoro venne studiato, in particolar modo, il cavallo proprio per il suo uso in guerra. La laurea in Medicina che secondo la legislazione dell’epoca aveva la durata di sei anni fu conseguita da Palasciano a Messina nel 1840. Il  suo corso di Laurea durò, quindi, non sei ma tre anni. Come avvenne ciò? Forse, ma è solo un’ipotesi, gli furono riconosciuti come validi alcuni esami quali la Biologia, l’Anatomia ed altri sostenuti durante la frequenza della Facoltà di Veterinaria. Un altro dato non ben chiaro riguarda l’anno  in cui  entrò nell’esercito borbonico. Vi  entrò  certamente nel 1837 come Cadetto, cioè aspirante Ufficiale, subito dopo la Laurea in Medicina Veterinaria. Non sappiamo se svolse nell’Esercito la funzione di Veterinario. E’ certo però che si dimise nel 1849. Il suo servizio militare durò, quindi, dodici anni. Ce ne dà conferma lo stesso Palasciano quando  nella Camera dei Deputati, seduta  del 10 Marzo 1873, all’onorevole Corte (2) che si  vantava  di  aver partecipato a diverse campagne militari rispose che egli ben conosceva le campagne militari per avervi partecipato più volte durante i dodici anni del servizio prestato nell’esercito borbonico. Entrato nell’esercito fu  trasferito  a Messina per gli studi di Medicina. Eppure, è stato scritto che Egli era in servizio presso l’Ospedale Militare di Capua fin dal 1837 ma non sappiamo con quale ruolo perché, in quell’anno, non era ancora laureato in Medicina. Conseguita comunque questa Laurea, con il grado di Alfiere, cioè di sottotenente medico dell’esercito borbonico, svolse un’intensa attività a favore dei feriti in guerra. Siamo nei primi anni quaranta dell’Ottocento durante i quali Palasciano  acquistò  esperienza lavorando  nell’Ospedale Militare di Capua e in quello  della Santissima Trinità di Napoli nel quartiere  di  Montecalvario. I tanti  casi clinici trattati nella sua attività gli consentirono di ideare e pubblicare nel 1847 (mentre era ancora ufficiale medico) il «Nuovo metodo di cura dell’anchilosi angolare del ginocchio”. Questa era una patologia, all’epoca  abbastanza frequente, dovuta sia a lesioni traumatiche sia a  cause infiammatorie e degenerative croniche. Quella ideata da  Palasciano era una tecnica chirurgica innovativa, che scaturiva da ricerche anatomiche e fisiologiche condotte sui muscoli impegnati durante i movimenti delle articolazioni. Gli esperimenti sugli animali (che lui conosceva bene per aver conseguito anche la laurea in Veterinaria) e quelli sui cadaveri indubbiamente furono decisivi per ideare e praticare la nuova tecnica operatoria. Egli imparò, seguendo le tendenze più avanzate dell’epoca, a trattare le lesioni ossee con un metodo di immobilizzazione che rispettava il sistema scheletrico. Abbandonò perciò il vecchio sistema che usava il cartone bagnato a favore della fasciatura inamidata (bendage amidonnè) che Seutin (3) chirurgo belga aveva ideato già nel 1835. Il nuovo metodo consisteva nel fasciare l’arto traumatizzato, dopo aver ridotta  la frattura, con una benda impregnata di farina di amido bagnata  in acqua. Questo composto era spalmato su bende poi applicate su stecche di cartone, pure esse impregnate di amido, che immobilizzavano la frattura. Veniva così confezionato un apparecchio leggero ed elegante che poteva essere rimosso, se vi era la necessità di  controllare lo stato della cute, e riposizionato al termine dell’operazione. Per questo motivo venne chiamato apparecchio amovo-inamovibile. Successivamente, anche quando da tempo aveva lasciato l’esercito, Palasciano  si interessò delle fratture del femore da arma da fuoco e fu per questo in contatto con  Rocco Gritti (4),  primario chirurgo  presso l’Ospedale Maggiore di Milano, che aveva pubblicato un testo : ”Delle fratture del femore per arma da fuoco studiate sotto il punto di vista della Chirurgia militare”. A proposito dell’inizio della sua carriera militare, in un  articolo conservato  nell’archivio storico per le provincie Napoletane  della Società Napoletana di Storia Patria  a firma dell’Archivista, Dott.ssa Marina Azzinnari (5), si legge:“A Napoli dal 20 Settembre al 5 Ottobre 1845 si tenne il VII Congresso degli Scienziati Italiani, nella sede del museo mineralogico, nel complesso universitario del Salvatore (Ex Collegio Massimo dei Gesuiti in Via S.Marcellino), lo stesso luogo dove si svolgevano le sedute del parlamento napoletano dal 1848 al 1860”. A proposito di Palasciano che partecipava a quel congresso l’Autrice scrive: ”è terzo chirurgo in servizio presso l’Ospedale di Capua dal 1837 (ma  in quell’anno non era ancora laureato in Medicina n.d.r.) e successivamente presso l’Ospedale Generale dal 1844. Il suo stato di servizio  reca il giudizio: “ Condotta ottima, talenti molti, applicazione molta, assenze nessuna, costumi buoni, salute rimessa, sentimento retto, infine: ristabilito in salute, serve con zelo e attaccamento al Real servizio, e al bene degli infermi”. Sottolineo che l’epoca del VII Congresso è il 1845 e  Palasciano era ancora Medico Militare. Nel 1846 scrisse la “Guida Medica del soldato, aumentata e ridotta su quella del Brack (6)” che così inizia : ”L’Igiene militare è una parte della Medicina che ha per oggetto la conservazione della salute del soldato”. Nelle intenzioni dell’Autore l‘opera  avrebbe dovuto insegnare al soldato in che modo fare uso delle cose che per lui  necessarie e in che modo modificare o eliminare le cause delle malattie. Nel capitolo primo raccomanda ai responsabili di mettere insieme, se possibile, i giovani provenienti dallo stesso paese allo scopo di diminuire i disagi, soprattutto psicologici, derivanti dalla loro condizione di militari. Il trovarsi tra persone che provengono dallo stesso luogo, che parlano lo stesso dialetto e  che hanno le stesse abitudini potrebbe alleviare i disagi derivanti dalla nuova condizione di questi giovani. Nelle prime pagine della Guida Medica l’Autore  rivela  il suo obiettivo che  è quello di educare i soldati al rispetto del proprio corpo per salvaguardarne la salute e lo fa fornendo una serie di raccomandazioni come quella di mantenere la purezza dell’aria evitando inquinamenti come quelli derivanti  dalla combustione dei carboni. Raccomanda di essere attenti a non entrare in ambienti chiusi, grotte, cantine, sotterranei, letamai, cloache, ambienti dove è in atto un processo di putrefazione senza prima creare una comunicazione con l’aria esterna sia per mezzo di ventilatoi, sia aprendo di tanto in tanto qualche finestra. Avverte poi che, in occasione di temporali, l’aria può diventare veicolo della potenza del fulmine. Raccomanda, perciò, di evitare di rifugiarsi sotto gli alberi ma di trovare riparo in ambienti chiusi. Un’attenzione particolare viene riservata agli abiti. Questi  non devono  stringere in maniera eccessiva nessuna  parte del corpo per non impedire la normale circolazione del sangue. Gli abiti devono essere puliti per tutelare la salute del soldato. Spiega, infatti, che  tutta la superficie del corpo dell’uomo secerne continuamente un fluido escrementizio che, quando si appiglia per molto tempo sugli abiti, diventa irritante per la pelle tanto da essere responsabile di moltissime malattie cutanee. Fornisce anche consigli sull’abbigliamento dei soldati. Quelli che militano nella cavalleria dovrebbero indossare  un cinto di lana applicato sul basso ventre e moderatamente stretto con il quale si potrebbero prevenire le ernie che rappresentano una patologia comune nei soldati a cavallo. Utile è il sospensorio per i soldati di cavalleria perché impedisce  che gli organi della generazione siano schiacciati nei grandi movimenti del cavallo  e preserva  dalle malattie che un tale accidente può produrre. Le  scarpe, sia per il soldato di fanteria che di cavalleria, devono essere comode. Le scarpe e gli stivali, non devono comprimere altra parte del piede a parte il collo. Ciò per evitare calli, cipolle ed unghie incarnite. La scarpa deve essere quindi  ben confezionata. La suola deve essere forte senza piegarsi alle ineguaglianze del terreno e l’ “impigna” cioè la costura del tomaio deve essere costruita dalla parte esterna e deve essere ben stretta; il tacco deve essere  basso. Le calze non devono essere né di cotone né di lana bensì di  filo di lino o di canapa. Il piede deve essere lavato  con pezzuole bagnate e asciugato bene  specie all’unione delle dita. “Il soldato si persuada, avverte, che il fucile ed il piede sono le due principali cose di cui debba avere cura e in guarnigione e in campagna.” A proposito dell’alimentazione  scrive  che Il pane, la carne vaccina e la pasta rappresentano l’alimento più semplice ed economico per il soldato. L’acqua che non ha gusto spiacevole e che scioglie bene il sapone è ottima a bere ed idonea a cucinare. Il soldato deve evitare  gli alcolici perché provocano solo euforia e non riscaldano il corpo anzi  lo rendono invece poco adatto alla fatica e imbruttiscono  la mente. Il soldato deve mangiare spesso ma solo cibi puri, sostanziosi e di buona qualità e deve  bere un miscuglio di due terzi di acqua e un terzo di vino leggiero da ritenersi bevanda eccellente e salutare. Raccomanda le precauzioni da usare quando si marcia e d’estate e d’inverno. E’ importante che gli accampamenti sorgano su un piano sabbioso secco, ben scoperto, sul bordo di un fiume o di un ruscello per favorire il rifornimento di acqua. Le baracche devono essere ampie con una finestra davanti la porta. La paglia che forma il letto del soldato deve essere cambiata ogni quindici giorni e bruciata. Gli escrementi e gli avanzi degli animali macellati devono essere seppelliti ogni giorno. Il clima  incide sulla salute della truppa perciò raccomanda che  nei climi freddi la truppa dovrebbe essere ben vestita e nutrita in misura abbondante. Alle truppe bisognerebbe accordare un supplemento di viveri  e di vino ogni qual volta si trovano in ambienti freddi specie se  la campagna militare  si prolunga oltre il mese di Novembre. Negli ambienti caldi del mezzogiorno d’Europa le truppe, per quanto possibile, devono essere  allontanate dai luoghi paludosi; devono portare abiti pesanti  ed indossare i cappotti dal tramonto del sole fino al mattino e non dormire mai allo scoperto. In un altro capitolo l’Autore tratta le infiammazioni della pelle (il foruncolo e il patereccio), le infiammazioni del  naso, orecchio, occhio, nonché le malattie veneree ( blenorragia o scolazione). Questa infezione si sviluppa dal secondo al quindicesimo giorno dopo il coito con donna impura. Per quanto riguarda la terapia, raccomanda Palasciano, ci si limiti all’uso di bevande addolcenti come infusi di fiori di malva o di altea; si beva un leggero  decotto di semi di lino o di orzo ovvero acqua di gomma arabica alquanto zuccherata. Il soldato che ha contratto la malattia deve assoggettarsi al salasso e per otto o dieci giorni deve praticare un semicupio lieve con decotto di malva. Deve mangiare alimenti  poco conditi e deve dare la preferenza ai legumi piuttosto che alla carne; deve astenersi dal coito, dalla corsa, dal ballo e deve usare un  sospensorio per evitare gli ingorghi testicolari e praticare salassi, scarificazioni  cataplasmi emollienti. Il borsone, cioè il bubbone inguinale dovuto all’ingrossamento delle ghiandole inguinali secondario alle ulcerazioni dell’asta, deve essere curato applicando cataplasmi emollienti finché non si perviene alla suppurazione. In questo stadio il pus sarà evacuato attraverso  un’incisione praticata in corrispondenza della raccolta di pus. Raccomanda di impiegare una lavanda solforosa  o  una pomata di zolfo per trattare la scabbia.  Le ustioni vanno trattate con acqua gelata e con estratto di saturno, medicando  con  unguento cerato, con  sugna e burro senza sale  ovvero miscela di olio e tuorlo d’uovo in  parti uguali.

Per il trattamento delle ferite sanguinanti, è necessario esercitare una forte compressione sulla parte da cui fuoriesce sangue, comprimere  con una garza (la filaccica) piegata otto o dieci volte. La  compressione deve essere mantenuta con una fascia o un fazzoletto. Se la ferita è localizzata ad un arto bisogna comprimere al di sopra della ferita. Per quanto riguarda l’arto superiore la compressione viene esercitata quattro dita al di sotto dell’ascella mediante l’applicazione di tre o quattro compresse, ciascuna bagnata e piegata in otto doppi in modo da presentare la larghezza di circa quattro dita. In una di queste garze si introduce una striscia solida di legno o di metallo. Nelle ferite d’arma da fuoco la lesione va attentamente esaminata per rimuovere eventuali corpi estranei quali schegge di legno, pietre frammenti di abiti. Se vi è stata penetrazione di un proiettile (palla) e lo si vede si cercherà delicatamente di estrarlo; se vi è frattura bisogna  applicare  apparecchi di contenzione ed inviare il soldato  in ospedale. L’Autore si sofferma a lungo sul trattamento delle fratture. Raccomanda che prima di trattare una frattura bisogna che gli assistenti fissino i segmenti ossei  fratturati dando loro la lunghezza e direzione naturale rispetto alle parti sane. Le compresse e le garze da usare non devono mai avere orli o pieghe e prima di applicarle sulla pelle è giusto bagnarle con acqua salata o acidolata. Quando la frattura è complicata da una ferita questa deve essere medicata  prima di applicare l’apparecchio contentivo. Il letto dei fratturati deve essere solido, duro e non soggetto ad infossamenti. Nel testo vengono poi trattate  singolarmente le fratture delle ossa dell’avambraccio, del braccio, della clavicola, delle mani, delle cosce, delle gambe, dei piedi, delle ossa del naso. L’Autore descrive minuziosamente i rimedi da usare per il trattamento di ferite, specie le contuse o infiammate, raccomandando in particolare l’uso di coppette, la pratica delle scarificazioni e l’applicazione di mignatte nonché la terapia con il salasso di cui fornisce anche la tecnica di esecuzione. Si sofferma poi sulla preparazione delle tisane: quelle  con malva o fiori di altea (tisana pettorale);  quella amara (con cicoria selvatica) ; la tisana di orzo, di lino, di riso. Descrive i medicamenti per provocare vomito ( i vomitivi) come il tartaro stilbiato, i purganti sempre con tartaro stibiato, le pozioni per la febbre periodica come il chinino, i clisteri purganti con foglie di serra. Secondo Palasciano il tartaro stibiato è il rimedio che, meglio degli altri, conviene al soldato perché in piccole dosi serve da vomitivo, purgante, risolvente, antiperiodico. Non dimentica di citare, tra i medicamenti  risolventi, i clisteri mollitivi (con foglie o radici di malva e semi di lino) i fomenti mollitivi, i cataplasmi le pillole balsamiche-astringenti che contengono: mastice, mirra, chinachina, angostura, le iniezioni astringenti  con laudano, solfato di zinco, le lavande solfuree per il trattamento della scabbia. Nel 1848 Palasciano fu a Messina  come   chirurgo militare e qui  maturò e sostenne l’idea della neutralità dei feriti in guerra. Il  generale Filangieri non capì e quindi non giustificò il suo comportamento perché riteneva che curare il ferito dell’esercito nemico significasse tutelare l’integrità fisica dell’avversario. Per Filangieri (7) non si trattava di filantropia ma di tradimento e per questo lo punì con l’arresto. Giudicato e condannato ad un anno  di reclusione, scontò la pena a Reggio Calabria, indi tornò a Capua e nel 1849 rassegnò le dimissioni dall’esercito borbonico. Intenso fu l’impegno di Palasciano come chirurgo durante l’assedio di Messina (5-7 settembre 1848). Furono giornate terribili come risulta dalla descrizione che ne fa Ferdinando Malvica (8) nella Storia della Rivoluzione di Sicilia ” In mezzo agli incendi avveniva il sacco, ed ogni altro disordine, che la guerra seco trascinava. Tanto più che il cittadino furore, nei vari incontri, non aveva avuto alcun limite; e la guerra che dalle insorte masse erasi fatta, parea piuttosto di barbari che di civili uomini…….I fatti furono atroci e l’umanità ne ricorderà per lunga pezza i mali. Basta dire che taluni trascinavano quei soldati che per ferite ricevute, giacevano abbandonati sul suolo, ne riducevano in brani le membra, le dilaniavano, ed a guisa di antropofagi  se ne contrastavano il pasto, altri tagliavano ai prigionieri le orecchie, e le appendevano come nastri cavallereschi, alle bottoniere, fuvvi chi arrostiva fino le mutilate membra di questi sventurati, e nelle pubbliche vie, per libidine di vendetta  iva gridando che la carne napolitana ad un bajocco il rotolo si vendeva. E perché tutta si mostri l’infelicità dei tempi, e l’orrore degli uomini, è mestieri che la storia perpetui. Queste cose succedevano innanzi la stazione francese ed inglese, che nei messinesi mari ancorava” Nel 1852, non più medico militare partecipò come volontario ai soccorsi per i terremotati di Melfi  colpita da un violento sisma il 14 agosto 1851. Si prodigò con generosità di medico e di uomo nel curare i feriti tanto da meritare la medaglia d’oro al merito civile conferitagli dal re Ferdinando II di Borbone con decreto reale del 15 dicembre. La sua costante preoccupazione, anche dopo aver lasciato l’esercito, fu quella di meglio assistere e curare i feriti in guerra e certamente, animato da questi sentimenti, presentò nel Congresso  di Lione del 1865, l’apparecchio –barella con il quale il soldato che aveva subito una grave lesione scheletrica poteva giacere in condizione di comodità e sicurezza per parecchio tempo. Palasciano sosteneva che molti casi di amputazione e di morte erano da attribuire ad un trasporto inadeguato del ferito all’ospedale che avveniva  spesso con carrette o altri mezzi di fortuna  senza alcuna forma di immobilizzazione provvisoria. E’ stato scritto che “l’apparecchio ideato da Palasciano, grazie al suo robusto scheletro metallico, alle imbottiture con cuscini di caucciù, riempiti d’aria o d’acqua, e  al rivestimento in tela impermeabile, sommava in sé doti di robustezza e di conforto. C’era la possibilità di modificare, grazie agli snodi a livello dell’anca e del ginocchio, la posizione dell’arto inferiore, che poteva così essere mantenuto in trazione continua oppure in semiflessione, a seconda delle necessità o dei diversi tempi di cura… E poi, l’accorgimento più utile: con due semplici barre in ferro, introdotte attraverso dei passanti, il lettino di immobilizzazione si trasformava in una barella, facile da sostenere a mano.”

Prima di concludere questo scritto mi sembra giusto evidenziare  la grande rivoluzione che Palasciano operò nell’assistenza ai feriti in guerra. Per questo devo necessariamente ricordare quanto disse Ottavio Morisani (9) il 5 luglio 1896 commemorando Palasciano presso l’Accademia Pontaniana  di cui era socio residente: “ Nell’esaminare le vicende della campagna d’Italia del 1859, Palasciano fu colpito meno dal numero dei feriti, che dalla proporzione dei morti. La cifra dei combattenti oggi enormemente cresciuta, la perfezione delle armi, che seminano la distruzione e la strage a più migliaia  di metri con rapidità fulminea danno ragione della massa enorme dei feriti. Ma la mortalità di essi e soprattutto degli amputati non può essere tutta attribuirsi alla potenza delle armi. Ad altre cause è da addebitare questa enorme iattura. E’ la insufficienza numerica del personale sanitario, la disadatta medicatura delle ferite e, principalmente, il trasporto più lungo mentre invece dovrebbe essere più veloce considerata la rapidità delle guerre moderne, e l’ingombro degli ospedali e delle ambulanze non proporzionato al numero dei feriti immensamente cresciuti per la cresciuta potenza delle armi. Giustizia è che a coloro i quali versarono il sangue  per la patria  sia recato soccorso sollecito ed efficace e che vengano più che sia possibile attenuate le mutilazioni e le morti.” Ricordo poi che Palasciano, riconosciute le cause del grave disastro che la male organizzazione dei soccorsi determinava ai feriti, non si fermò alla contemplazione del fenomeno ma si diede da fare con l’energia e la decisione che gli erano proprie per porvi rimedio. Nel corso della riunione del 15 Aprile 1861 dell’Accademia Pontaniana egli lesse una prima Memoria sull’argomento e finanziò un concorso a premi  destinato ad ottenere un Manuale di Chirurgia Militare composto di non meno di 100 aforismi sulla cura delle ferite di arma da fuoco. A pochi giorni di distanza, il 28 Aprile, egli annunziò e sostenne  ” il principio della neutralità dei  combattenti feriti o gravemente infermi per tutto il tempo della cura  e dell’aumento illimitato  del personale sanitario per tutta la durata della guerra”. Secondo Palasciano, per diminuire la morte degli amputati e  per sottrarre alle amputazioni molti arti gravemente feriti, era  necessario  che i governi venissero  in aiuto della scienza medica, la quale  da sola non poteva  evitare  ai  feriti il  trasferimento per essere operati, e non poteva  provvedere a reperire  il personale e  i mezzi  necessari per  curare i feriti nel luogo  del combattimento. Un tempo, osservava  Palasciano, i feriti venivano mutilati  con grande facilità e i chirurgi chiedevano aiuto ad  altri medici per operare secondo le esigenze della Chirurgia di quell’epoca. Il dilemma  era se conveniva amputare precocemente  o tardivamente. Si può quindi affermare con certezza che con Palasciano iniziò l’era della Chirurgia Conservativa che si fondava  sul principio secondo il quale  proteggendo  il combattente  nel momento stesso in cui cade ferito  lo si mette al sicuro da  tutte le complicanze che portano all’amputazione e alla morte. E’ questo il vero merito del Palasciano come scrisse Gaetano Mazzoni (10) “…. L’idea fu scientifica, chirurgica, terapeutica; nacque dall’orrore destato dal numero straordinario delle mutilazioni, da quello estremamente esiguo dei risultati , dal desiderio di poter rendere migliori le sorti dei combattenti feriti”

Note biografiche

1 Maurizio Lupo : Primo ricercatore presso l’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (ISSM) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), attualmente distaccato presso l’Istituto di Storia dell’Europa Mediterranea (ISEM) del CNR, sezione di Genova.

2  Giuseppe Antonio Corte: Laureato in Medicina e Deputato. La sua prima legislatura, fu in realtà calcolata come VIII Legislatura del Regno d'Italia, viste le sette precedenti del Regno di Sardegna, l'ultima fu  la XXIX Legislatura del Regno d'Italia

3  Seutin: La necessità di avere mezzi di contenzione leggeri spinse il belga Seutin (1835) ad inventare la Fasciatura amidata. La fasciatura amidata era composta da un miscuglio di farina d’amido diluita in acqua. Questo composto era spalmato su bende poi applicate su stecche di cartone, pure esse impregnate d’amido, che immobilizzavano la frattura. L’immobilizzazione che ne risultava era leggera ed elegante

4 Rocco Gritti: Nato nel 1827 a Rota Dentro, frazione di Rota d’Imagna nel bergamasco, frequentò la facoltà di Medicina dell’Università di Padova. Si laureò a Pavia nel 1853 . Dopo la laurea frequentò l’Ospedale Maggiore di Milano dove operava il famoso chirurgo A. de Marchi Gherini. Si trasferì dopo qualche tempo a Vienna ove si trattenne dal 1853 al 1855 frequentando la Clinica chirurgica di Franz Schuh e l’Istituto di Anatomia Patologica diretto da Karl Rokitanski. Tornato in Italia ricominciò la sua attività nell’Ospedale Maggiore di Milano ove nel 1865 fu nominato chirurgo primario. Studiò i problemi di amputazione dell’arto inferiore inventando tecniche personali . Nel 1892 lasciò l’Ospedale per limiti di età e morì nel 1920 nella sua villa di Pallanza sul lago Maggiore

5 Marina Azzinnari: Archivista di stato presso il Ministero della Cultura

6 Antoine Fortuné de Brack: Generale napoleonico nato a Parigi il giorno 8 Aprile del 1789 e morto a ‘Evreux il 21 Gennaio 1850

7 Filangieri Carlo: Principe di Satriano, duca di Cardinale e di Taormina, barone di Davoli e di Sansoste (Cava de' Tirreni, 10 maggio 1784San Giorgio a Cremano, 9 ottobre 1867). Fu un generale e politico italiano, del Regno delle Due Sicilie. Figlio di Gaetano Filangieri, partecipò alle guerre napoleoniche nell'esercito francese: prese parte alla battaglia di Austerlitz e alla Campagna di Spagna. Trasferito nel Regno di Napoli per aver ucciso in duello un generale italo-francese, fu aiutante di campo di re Gioacchino Murat che lo nominò generale nel 1813.Dopo la restaurazione borbonica nel Regno delle Due Sicilie, fu reintegrato ed ebbe vari incarichi comandando con successo la Campagna per la riconquista della Sicilia (1848-1849). Rimase nell'isola come luogotenente fino al 1855.Nel periodo immediatamente precedente all'Impresa dei Mille fu Presidente del Consiglio e ministro della Guerra (8 giugno 1859-16 marzo 1860). Durante tale carica si batté invano per un'alleanza del Regno delle Due Sicilie con il Piemonte e la Francia. Dopo l'unità collaborò con il governo del Regno d'Italia.

8 Ferdinando Malvica:  Nacque a Palermo nel 1802 da Antonino - barone di Villanova  e consigliere della Corte suprema - e da Angela Damiani. A diciotto anni  prese parte alla rivoluzione carbonara del 1820, compromettendo la posizione del padre, che lo fece partire per un viaggio di nove anni all'estero (Egitto, Candia, Francia) e in Italia, durante il quale conobbe V. Monti, I. Pindemonte, C. Botta. Rifugiatosi infine a Roma, all'inizio del 1826, vi pubblicò l'Epistola sopra il duello, in cui sostenne che "non vi ha cosa  che abbia prodotto più mali alla desolata umanità quanto la istituzione del duello". Nel 1827 vide la luce a Rieti il Discorso sulla educazione, messo all'Indice nel 1828, in cui il M. sosteneva che l'istruzione e l'educazione, non solo in Italia ma anche in Europa, avevano bisogno di una generale e profonda riforma. Fra le idee più significative portate avanti dal M. vi era la convinzione che le madri dovessero allattare direttamente la prole, e che nell'istruzione dei fanciulli bisognasse privilegiare la lingua madre, mentre lo studio delle lingue antiche doveva essere riservato a un'età più matura. Il M. insistette inoltre sulla grande utilità della vaccinazione antivaiolosa. Dichiarandosi contrario all'uso della forza nei sistemi educativi, raccomandò ai governi di vietare "l'infame uso della sferza, della verga, della fune" . Nella rivoluzione palermitana del gennaio 1848 il M. tenne un atteggiamento moderato e prudente, ma la tendenza a mutare rapidamente opinione e schieramento gli attirò accuse da un lato di estremismo repubblicano e dall'altro di filoborbonismo; pur ben disposto verso di lui, un contemporaneo lo avrebbe definito "forte, e sapiente letterato, malfermo di carattere" (Di Pietro). Comunque, restaurata la monarchia borbonica, fu nominato Direttore (cioè Ministro) degli Interni del governo siciliano presieduto da C. Filangieri principe di Satriano e si distinse per una coraggiosa politica riformatrice, specialmente nel settore della pubblica sicurezza. Fu presto sostituito da P. Scrofani e destinato alla Consulta. Di tali vicende parlò in un'opera rimasta manoscritta, la Storia della rivoluzione di Sicilia negli anni 1848 e '49 il cui  manoscritto  è conservato presso l'Archivio di Stato di Napoli.

9 Ottavio Morisani: nato a Formicola (CE) il 14 Luglio  1835 e morto a Napoli il 26 Gennaio  1914 fu  Senatore del Regno nella XVII Legislatura  e professore di Ginecologia nell’Università di Napoli.

10 Gaetano Mazzoni: Chirurgo romano . Primario dell’Ospedale S. Giovanni. Fu  Amico di Palasciano con il quale condivise molte esperienza professionali. Fu uno dei primi soci della Società Italiana di Chirurgia nata a Roma il 3 Aprile 1882 per volontà di Giuseppe Corradi, Carlo Gallozzi, Enrico Bottini, Pietro Loreta, Enrico Albanese, Costante Mazzoni, Ferdinando Palasciano.

Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Giugno 2016 07:32
 

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